Per i RAGAZZI DI BUCAREST…………………………….  

            UN NASO ROSSO CONTRO L’INDIFFERENZA

 

                                                                   a cura di CARMEN PIROVANO

 

 

Forse la maggior parte di noi non si è accorta della presenza di alcuni ragazzi rumeni ospiti presso famiglie della zone nonché partecipi alla vita sociale locale tramite la frequenza alla scuola, la partecipazione e organizzazione di iniziative sociali e culturali.

La “tournée “ rientra in un vasto programma di sensibilizzazione e di solidarietà portato avanti da COOPI -Cooperazione Internazionale- con la campagna “L’Italia che sorride ai Ragazzi di Bucarest” a cui il Comitato per la Pace del Magentino ha voluto aderire concretamente offrendo ospitalità e solidarietà a 12 ragazzi.

La gente che ha avuto modo di conoscerli si aspettava di vedere volti tristi, testimonianze di dolore, tracce di drammi di una realtà un po’ sconosciuta. Tutto il contrario: i ragazzi trasmettevano una vitalità istintiva,un’allegria contagiosa e un affetto ingenuo e semplice.

Il grande segreto di questa loro gioia è, forse, la consapevolezza di dimostrare che dalla disperazione si può passare alla speranza, che dall’esclusione più radicale si può passare alla famigliarità e che non vi è dramma umano e sociale che non possa essere conosciuto, avvicinato e affrontato.

E sì, sono proprio loro: quelli di cui, a volte, si sente dire in televisione soprattutto dopo che Gigi Riva, nel 1998, in un articolo apparso su “La Repubblica “ ha portato a conoscenza dell’opinione pubblica la terribile realtà dei “bambini di fogna” e la vicenda straordinaria di Miloud Oukili ,un giovane clown francese, uscito dalla scuola di circo di Anna Fratellini, che dal 1992 aveva lasciato la sua vita normale per fare qualcosa per loro, disperati, rifiutati ma con “gli occhi pieni di cose da raccontare”.

Miloud lavorava in Romania con” Handicap International“ negli orfanotrofi,

negli ospedali, nei centri per adulti handicappati e approfittava dei momenti liberi per conoscere i rumeni e fare spettacoli per strada. A una di queste rappresentazioni scopriva dei “buffi “spettatori: “Il vedere uscire quei ragazzi da un tombino –dice Miloud- è una cosa che ti rimane dentro. Poi sono sceso anch’io nei sotterranei……dove scorrono le tubature che trasportano l’acqua calda in tutta la città che permette loro di vivere al riparo dal freddo. Non è stato difficile decidere di restare quando si vedono bambini in condizioni di abbandono estremo, di tristezza, di disperazione  e non ci si può dimenticare di aver vissuto la propria infanzia in tutt’altro modo. Inoltre sono stati gli stessi bambini che mi hanno invitato a rimanere con loro, ed io ho accettato con grande piacere.”

Miloud ha giocato e dormito con loro, si è lavato nei bagni pubblici ….. ha preparato spettacoli dove ognuno aveva il suo compito e le sue responsabilità e per quei ragazzi che non avevano mai avuto un ruolo sociale, questo vivere quotidiano, fatto anche di regole, è stato molto importante.

Soprattutto Miloud li ha ascoltati e ha messo a loro disposizione gli strumenti utili per migliorare la propria vita: uno spazio per allestire  uno spettacolo per chi non ha mai avuto il diritto di pensare, e per chi è stato sempre zitto significa avere la possibilità di fare e di dire - Io voglio fare questa cosa, io voglio essere questo personaggio, ho la possibilità di realizzare, di essere, di esprimere-.

Il suo naso rosso i suoi balli, il sorriso e la leggerezza gli sono serviti per avvicinare i bambini ma Miloud non si è fermato a questo.

Nel gennaio 1996 decide di sviluppare la sua azione creando una struttura locale, indipendente dove sviluppare attività artistiche come mezzo per reintegrare i ragazzi nella società: nasce così ”Fundatia PARADA“ una fondazione che vuole offrire a questi ragazzi un’occasione per scoprire se stessi, per star bene con se stessi nonostante certe esperienze a dir poco negative e ritornare nella propria famiglia, riprendere la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro per avere autonomia economica.

La metodologia della Fondazione è quella di cercare di creare  le condizioni adeguate a uno sviluppo autonomo e responsabile, necessario alla definitiva integrazione nella società. Così dalla prima accoglienza su un camper dove il più delle volte vengono curati  dalle percosse, si passa alla  loro collocazione in appartamenti – sociali dove sperimentano la vita in comune, vengono assistiti nel mettere a confronto i loro desideri con le opportunità e quello che il mercato del lavoro offre, vengono accolti nel centro ricreativo diurno: si cerca di aiutarli a riavere la loro dignità di UOMINI.

Non è certamente un compito facile né per Miloud né per tutte le associazioni che hanno offerto la loro collaborazione perché non si tratta  di fornire solo cibo, indumenti e cose materiali, ma di aiutare questi bambini a ritrovare se stessi e a vedere per se un futuro.

E ‘ difficile sapere quanti siano questi bambini ed è soprattutto triste raccontare chi sono.

La Romania a dieci anni dalla rivoluzione del dicembre 1989 che avrebbe dovuto portarla alla prosperità, vive uno stato di isolamento internazionale e di difficoltà economica. Il regime collettivo crolla, l’economia capitalista non riesce a decollare malgrado gli investimenti dei paesi stranieri e migliaia di famiglie rumene vivono in stato di povertà tale da favorire gli stessi fenomeni di violenza e da spingerle a permettere ai minori di riversarsi sulle strade in cerca di una forma, di sopravvivenza che loro non possono garantire. Il regime di Ceausescu aveva incentivato la natalità:” Almeno 10 figli per famiglia “- andava propagandando  -“Se non ce la fate ci pensano i nostri istituti .A 18 anni ve li ritroverete a lavorare “. Ma il  miracolo per le famiglie non avviene e neppure per i bambini. Aperti gli istituti dove si stima vivano ancora 75000 bambini non ci sono molte prospettive di vita.

Le strade di Bucarest, come tutte le strade, riservano insidie: violenza, precarietà, droga, stupri, prostituzione (molto spesso per un panino)….i bambini si organizzano in bande vagabonde, si emarginano dalla società e per combattere il freddo, la paura e la miseria si drogano e sniffano colla industriale.

I bambini che vivono per le strade sono circa 3000 di cui circa la metà vive totalmente in strada. Secondo alcune stime il 40% vive mendicando, il 30% svolge lavori saltuari, il 20% di furti e malvivenza a vari livelli, il 10% di prostituzione.

La loro età varia dai 5 ai 20 anni ma molti di loro, non essendo stati denunciati all’anagrafe, pur volendo, non possono essere impegnati in un lavoro stabile.