Quale rapporto tra globalizzazione dei mercati
e lavoro minorile?
Dr. Carlo Devillanova, Docente a
contratto presso l’Istituto di Scienza
delle Finanze all’Università Bocconi di Milano
La globalizzazione ed il lavoro minorile:
rispettivamente un fenomeno economico ed un problema sociale profondamente
interrelati. Oggi entrambe le questioni sono al centro del dibattito
socioeconomico. In primo luogo, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha reso
più visibile il problema. La televisione, le foto sui giornali, hanno
avvicinato realtà distanti migliaia di chilometri ed hanno portato nelle nostre
case le immagini della povertà, dello sfruttamento minorile, sensibilizzando
l’opinione pubblica ed accrescendo la nostra consapevolezza del fenomeno. In
secondo luogo, la mobilitazione delle coscienze è stata stimolata da un altro,
forse meno nobile, motivo.
L’ aumento della disoccupazione e della povertà nei
paesi occidentali è stato da alcuni associato al contestuale aumento delle
importazioni di manufatti dai paesi in via di sviluppo. In altre parole, si
ritiene che la concorrenza dei paesi a bassi salari nei confronti dei paesi
industrializzati abbia creato grosse difficoltà a quei settori industriali
basati sull’abbondante uso di lavoro poco qualificato.
Si è da qui diffusa la convinzione che l’assenza di
una regolamentazione internazionale dei diritti dei lavoratori abbia permesso ai
paesi in via di sviluppo una concorrenza sleale, basata su un progressivo
peggioramento delle condizioni dei lavoratori (standard del lavoro) e sullo
sfruttamento dei minori in questi paesi. Molte imprese avrebbero, infatti,
deciso di trasferire la produzione di manufatti dai paesi occidentali (nei quali
il costo del lavoro è più alto) ai paesi in via di sviluppo (dove sia i
salari, che gli standard del lavoro sono inferiori), con conseguente riduzione
della domanda di manodopera non qualificata nei paesi industrializzati. A
prescindere dall’entità dell’effetto che questo processo ha avuto sui
salari e sulla disoccupazione nei paesi industrializzati, questione tuttora
aperta, resta il fatto che esso ha attirato l’attenzione dell’opinione
pubblica sul problema degli standard internazionali del lavoro e
sull’occupazione minorile.
Questo breve intervento cercherà di introdurre la
questione. Prima di procedere, è necessario chiarire i termini del problema e
fornire qualche informazione sulla sua dimensione.
È il basso costo della manodopera minorile che ne
giustifica - in termini economici - l’utilizzo: i bambini sono meno coscienti
dei propri diritti, più remissivi, più controllabili. È estremamente
difficile quantificare la diffusione del lavoro minorile nel mondo, poiché si
tratta di un fenomeno in gran misura "nascosto".
Molti bambini lavorano, infatti, in famiglia (per
esempio, svolgono le faccende domestiche, hanno cura dei fratelli minori,
lavorano nei campi) o in piccole imprese familiari, rendendo spesso invisibile
la loro presenza agli occhi dell’ osservatore esterno.
Ad occultare ancor di più il fenomeno, interviene la
reticenza delle autorità pubbliche negli stati in cui il lavoro minorile è
maggiormente diffuso. È facile capire che nessun paese ha interesse a mettere
in luce un fenomeno moralmente condannato dalla comunità internazionale e,
molto spesso, proibito da leggi nazionali puntualmente disattese. Infatti, in
quasi tutti i paesi, la legge vieta di lavorare a chi non abbia raggiunto
un’età minima; moltissimi paesi hanno firmato almeno una delle convenzioni
internazionali sul lavoro minorile, le cifre dimostrano come, a discapito del
quadro normativo, il lavoro minorile sia una realtà preoccupantemente diffusa.
Le cifre più attendibili sembrano essere quelle
recentemente fornite dall’ ILO (1),
secondo le quali, solo nei paesi in via di sviluppo, circa 250 milioni di
bambini fra i 5 ed i 14 anni (un bambino su quattro) partecipano in qualche
misura all’ attività produttiva. Tra loro, la metà lavora a tempo pieno. Ciò
significa che, in questi paesi, più di 120 milioni di bambini fra i 5 e 14 anni
non possono andare a scuola. Naturalmente, esistono grosse differenze fra paesi.
Ad esempio, l’Africa è il continente dove il fenomeno è più diffuso: ogni 5
bambini, due lavorano (il 41% del totale); in Asia un bambino su cinque lavora,
il che equivale a più di 150 milioni di minori. Tali cifre non prendono in
considerazione le attività non-economiche, quali i servizi, anche a tempo
completo, presso la loro famiglia. Sempre secondo le stime ILO, la percentuale
di bambini impiegata in attività non-economiche è stimata fra il 15% ed il
20%. Se si sommano questi numeri. si ottiene l’impressionante conclusione che
quasi la metà dei bambini che vivono nei paesi in via di sviluppo lavorano.
La drammaticità del fenomeno è accresciuta
dall’esame delle condizioni di lavoro, sulle quali, purtroppo,
l’informazione è meno omogenea e varia sensibilmente da paese a paese. Alcuni
studi rivelano che oltre la metà dei bambini lavora almeno durante nove ore
giornaliere, e per sette giorni la settimana. Gli orari sono più duri nelle
comunità rurali, dove si concentra gran parte del lavoro
minorile (2).
Moltissimi fra questi piccoli lavoratori (più
dell’80%, secondo inchieste dell’ILO) non ricevono alculn salario; quando
percepita la retribuzione è molto inferiore a quella degli adulti e ben al
di sotto al minimo legale. A ciò si aggiunga che, soprattutto in alcuni
paesi del Sud-est asiatico e dell’Africa occidentale, esistono ancora forme di
schiavitù: i bambini sono venduti e trattati come merci, spesso utilizzati
nell’industria dei tappeti, del vetro o della prostituzione.
Le attività in cui i minori sono impiegati possono
essere altamente pericolose per la loro salute. Spesso l’ambiente di lavoro
non rispetta le benché minime condizioni di sicurezza ed espone i bambini al
rischio d’incidenti, al contatto prolungato con sostanze pericolose, a
condizioni di lavoro malsane. È vero che il problema della sicurezza delle
condizioni di lavoro in questi paesi non riguarda solo il lavoro minorile.
Tuttavia, a parità di condizioni, la persona che non abbia ancora terminato la
sua fase di sviluppo psicofisico sarà più vulnerabile. Si pensi alle
conseguenze che il trasporto di materiali pesanti può avere sulla formazione
della colonna vertebrale e sulla futura crescita del bambino. Vi sono numerosi
studi che dimostrano come il lavoro abbia conseguenze negative sullo sviluppo
della persona, sia in altezza che in peso, e sulla sua salute. Di solito le
attrezzature di lavoro e gli strumenti di protezione sono pensati per gli
adulti, e risultano inadatti ai bambini. Infine, chi inizia a lavorare da
piccolo, a parità d’ età sarà stato maggiormente esposto ai pericoli
dell’ambiente di lavoro.
Naturalmente alcuni casi attraggono l’attenzione
dell’opinione pubblica più di altri. Si pensi ai bambini impiegati nelle
miniere (l% circa) o ai pescatori di profondità delle Filippine, o, ancora, a
quelli che lavorano presso gli altiforni. Tuttavia, anche lavori che possono
apparire più salubri nascondono a volte realtà angoscianti. Questo è il caso
del settore del "commercio, ristoranti ed alberghi", che da solo
impiega più dell’otto per cento dei lavoratori al disotto dei 15 anni. Da
quattro studi campione (3) svolti in Kenya,
Messico, Filippine e Sri Lanka, risulta come i fenomeni di prostituzione
minorile si concentrino proprio in tale settore, piuttosto che nelle strade o in
case chiuse in senso stretto. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 1996,
solo in Asia, il traffico della pornografia coinvolge circa un milione di
minori. Molti studi confermano, inoltre, che i bambini adibiti ai lavori
domestici sono vittime d’abusi sessuali e punizioni inumane. In tali
condizioni, sono assai probabili danni permanenti di natura psicologica ed
emozionale. Per non parlare dei danni fisici e di tutte le malattie a
trasmissione sessuale quali l’AIDS.
In senso lato, il termine "globalizzazione"
sta a indicare il processo di integrazione culturale ed economica fra le
nazioni. Radio, televisione, Internet, hanno ridotto le barriere alla
comunicazione fra paesi e culture, rendendoci sempre più consapevoli e
partecipi a quello che accade nel resto del mondo. La riduzione dei costi di
trasporto e l’evoluzione delle tecnologie informatiche hanno permesso una
spettacolare integrazione dei mercati dei beni, dei servizi e dei capitali.
Spesso, per dare un’idea dell’accresciuta
globalizzazione dei mercati mondiali, si riportano le cifre relative al
commercio internazionale negli ultimi 30 anni: per i paesi OCSE(4),
nel 1960 la quota del commercio (misurato dalla media di importazioni ed
esportazioni di beni e servizi) sulla produzione era pari al 12,5%, nel 1990
ammontava al 18,6%. Indiscutibilmente, il commercio internazionale ha
attraversato negli ultimi 30 anni una fase di crescita. In realtà questi numeri
non danno ragione dell’assoluta novità del processo che stiamo vivendo in
questi anni. Basti pensare che a livello globale il commercio come percentuale
della produzione è oggi solo moderatamente più alto che nel 1913.
Quali sono, allora, le caratteristiche dell’attuale
integrazione internazionale che la trasformano in un fenomeno del tutto nuovo?
In primo luogo, l’oggetto principale del commercio internazionale è cambiato:
adesso sono i beni intermedi ad animare la maggior parte degli scambi. Infatti,
tra i produttori si è diffusa la pratica di suddividere la produzione in molti
stadi, che hanno luogo in paesi diversi: un bene prodotto nel paese A può
essere il risultato dell’assemblaggio di componenti prodotte nel paese B, a
loro volta risultato dell’assemblaggio di sub-componenti prodotte nel paese C.
L’espressione massima di tale pratica si ha nel caso
delle imprese multinazionali, che, attraverso la localizzazione dei propri
impianti possono sfruttare i vantaggi offerti da ciascun paese. Per esempio, la
costruzione di un’automobile richiede materie prime, lavoro, tecnologia.
Un’impresa costruttrice di automobili può decidere d’impiantare la
produzione delle componenti che maggiormente richiedono lavoro in un paese dove
il costo del lavoro è inferiore.
Queste parti della macchina possono poi essere
trasportate in un paese con tecnologia più avanzata e maestranze più
qualificate per completarne la produzione. Legato a questo aspetto, è
l’emergere di paesi a bassi salari esportatori di manufatti, in cui i prodotti
semi-finiti sono spediti per ricevere operazioni che richiedono un massiccio uso
del fattore lavoro.
Complementare a questo quadro, è un terzo fondamentale
fattore della globalizzazione: l’accresciuta mobilità dei capitali, grazie
sia al progresso tecnologico dei mezzi di comunicazione che ad una diffusa
volontà politica di ispirazione liberista. Ne è seguita una crescente
competizione fra paesi per attrarre nuovi investimenti.
Occorre, a questo punto sgombrare il campo da un
pericoloso equivoco: la ragione dello sfruttamento minorile, per lo meno nelle
sue forme più inumane, non può essere ricercata nelle differenze
socioculturali fra paesi; laddove esso è diffuso è piuttosto una scelta
obbligata. Vi sono forme di lavoro minorile (in schiavitù o semi-schiavitù,
lavori pericolosi e/o molto duri, la prostituzione e la pornografia, il lavoro
al di sotto di un’età minima) e pratiche (il traffico di bambini) che sono
considerate intollerabili da tutti i paesi, a prescindere dalla loro cultura,
religione e grado di sviluppo.
Pare esserci, cioè, un consenso generalizzato su ciò
che è moralmente inammissibile. Nel 1959, la Dichiarazione delle Nazioni Unite
sui diritti dell’infanzia proclamava che a nessun bambino dovrebbe essere
permesso lavorare prima di un’appropriata età minima e, in nessun caso, in
occupazioni che potrebbero pregiudicare la sua salute, o la sua educazione o
interferire con il suo sviluppo fisico, mentale o morale (5).
La convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del
bambino del 1989 è stata sottoscritta da ben 187 paesi.
Detto ciò, quali sono i nessi fra globalizzazione e
sfruttamento del lavoro minorile? Il tema è estremamente complesso. Basti
pensare che in molti paesi il lavoro dei bambini era utilizzato ben prima della
loro apertura al commercio internazionale, o che, fra i nostri antenati, il
lavoro minorile era ampiamente diffuso. È quindi necessario individuare quali
siano le conseguenze della globalizzazione su un fenomeno che è esistito in
passato e che, probabilmente, esisterebbe tutt’oggi a prescindere da essa.
Conviene inquadrare l’occupazione minorile all’interno del più vasto
problema degli standard del lavoro. Le tre caratteristiche dell’integrazione
internazionale sopra menzionate, spingono tutte a una "corsa verso il
basso" nella definizione degli standard del lavoro nei paesi in via di
sviluppo. In un mercato globale, i paesi in via di sviluppo competono
principalmente in prodotti ad alto contenuto di lavoro poco qualificato, quel
fattore di produzione del quale sono maggiormente dotati. Inoltre, per
accaparrarsi gli investimenti stranieri, adottano politiche di riduzione del
costo del lavoro.
Al fine di aumentare la propria competitività, sono
disposti a ridurre gli standard del lavoro e, nel caso specifico da noi
considerato, ad occupare i minori. È chiaro che l’abolizione del lavoro
minorile significherebbe, per questi paesi, la perdita di una fetta del mercato
a vantaggio di quei paesi che continuassero ad utilizzarlo. Si tratta, quindi,
di un gioco al ribasso: fino a quando anche solo un paese potrà abbassare il
costo del lavoro riducendo gli standard (impiegando bambini), tutti gli altri
paesi avranno incentivo a farlo. In questo senso, la domanda di lavoro minorile
è frutto della globalizzazione. Per ciò che riguarda l’altro lato del
mercato, l’offerta di lavoro minorile, la povertà dei paesi in via di
sviluppo pare essere una ragione sufficiente.
Con salari estremamente bassi e povertà diffusa, il
lavoro minorile diventa un necessario mezzo di sostentamento della famiglia. Si
potrebbe argomentare che questa situazione è propria dello stadio di sviluppo
di queste economie e destinata a scomparire col trascorrere del tempo. Cioè, se
è vero che la concorrenza internazionale spinge questi paesi ad utilizzare il
lavoro minorile, essa però costituirebbe una condizione necessaria per il loro sviluppo
economico (6).
Quindi, attraverso l’apertura al commercio
internazionale i paesi poveri sperimenterebbero un processo di crescita
economica; l’accresciuta ricchezza gli permetterebbe, in futuro, di elevare
gli standard del lavoro e di eliminare l’occupazione minorile.
Portando il discorso alle sue estreme conseguenze,
imporre oggi a tali paesi restrizioni degli standard di lavoro e
l’eliminazione dell’occupazione minorile significherebbe negargli il diritto
allo sviluppo economico.
Questo tipo di ragionamento solleva alcune riserve.
Prima di tutto questo processo potrebbe essere intollerabilmente lungo. In
secondo luogo, esiste sufficiente evidenza sul fatto che del processo di
crescita in questi paesi non stia beneficiando la popolazione, o gran parte di
essa. Vi è un innegabile interesse da parte degli investitori stranieri a che
il costo del lavoro, in questi paesi, continui ad essere basso. Infine, spesso
le loro esportazioni servono giusto a pagare gli interessi sui prestiti ricevuti
dal mondo industrializzato, creando una sorta di circolo vizioso di
perpetuazione della povertà.
Lo scetticismo nei confronti di posizioni
deterministiche (ed eccessivamente ottimistiche) del problema pare, quindi,
pienamente giustificato.
Come sempre, è difficilissimo indicare la soluzione ad
un problema di così ampia portata. Una strada percorribile è l’emanazione di
convenzioni internazionali, al fine di uniformare in tutti i paesi le leggi
sullo sfruttamento del lavoro minorile. Tuttavia, da sola essa non può bastare.
In primo luogo, perché è quasi impossibile verificare la conformità dei vari
paesi alle regole stabilite e, comunque, punire quelli che eventualmente le
trasgredissero. In secondo luogo, perché gli effetti di una regolamentazione
uniforme potrebbero avere conseguenze indesiderate e drammatiche sui bambini
stessi. In molte realtà, il divieto ad impiegare bambini nelle fabbriche
costringerebbe migliaia di loro alla disoccupazione, alla fame, al lavoro nero,
alla prostituzione, alla delinquenza. La stessa critica può essere sollevata
contro quelle iniziative in difesa dei diritti del bambino che agiscono
"attraverso il mercato". Si tratta, in pratica, di negozi ed etichette
che garantiscono che nella produzione dei prodotti, non è stato impiegato
lavoro minorile.
A parte la difficoltà di monitoraggio di tali
iniziative (per esempio, un oggetto che nella sua fase finale di lavorazione non
utilizza lavoro minorile, potrebbe impiegare un bene intermedio prodotto
utilizzandola), queste iniziative lasciano aperto il problema del destino di
quei bambini che, in seguito ad esse, perderanno il loro lavoro. Per tale motivo
è necessario accompagnare questi interventi con aiuti diretti ai paesi, affinché
i bambini che smettano di lavorare non finiscano in lavori peggiori del
precedente o, peggio, sulla strada. Il lavoro minorile nega ai bambini il
diritto all’istruzione ed a raggiungere un pieno sviluppo psicofisico, diritto
sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Non basta, quindi, toglierli dal lavoro, occorre anche
garantirgli la possibilità di accedere a tali diritti. Se i paesi nei quali
vivono non se ne possono permettere l’onere, perché eccessivamente poveri, ciò
spetterà ai paesi più ricchi. Sancire imperativi morali senza volerne pagare
il costo è un’insopportabile ipocrisia.
Questa considerazione conduce ad un ultimo punto. Per
ragioni etiche, in Italia, ed in tutti i paesi industrializzati, la legge vieta
il lavoro minorile. Bene, se l’Italia fosse chiusa agli scambi con gli altri
paesi, il costo di questa scelta ricadrebbe interamente su di noi. Infatti, se i
bambini non possono lavorare, se devono essere rispettate condizioni di
sicurezza nelle fabbriche, se ai lavoratori sono garantiti i diritti sindacali,
questo si traduce in maggiori costi di produzione e, quindi, più elevati prezzi
dei prodotti. Il commercio internazionale e la mobilità del capitale permettono
di rompere questo nesso e ci consentono di scaricare sui lavoratori dei paesi più
poveri, ed in particolare sui bambini, il costo di queste norme. Vietiamo ai
minori di lavorare nel nostro paese, ma compriamo a bassissimo prezzo i tappeti
annodati dai bambini indiani.
Una volta riconosciuta quest’incoerenza, non si può
continuare a far finta di niente; l’eliminazione, in tutto il mondo delle
forme di sfruttamento minorile più intollerabili diventa un obbligo morale per
tutti noi.
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International Labour Office Bureau of Statistics, "Statistics
on Working Children and Hazardous Child Labour in Brief", Ginevra, aprile
1998. L’ inchiesta comprende l’Africa, l’Asia (a esclusione del Giappone),
l’America Latina, i Paesi Caraibici e l’Oceania (escluse l’ Australia e la
Nuova Zelanda). Il fenomeno del lavoro minorile è diffuso anche nei paesi
industrializzati e negli ex paesi del blocco comunista. Tuttavia l’attenzione
si è principalmente rivolta ai paesi in via di sviluppo perché li vive l’87%
dei bambini al di sotto dei 18 anni di tutto il mondo (dati UNlCEF 1997)
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Relativamente ai 250 milioni di bambini occupati in attività produttive più
del 70%1o fa nel settore "agricoltura, caccia, foresta e pesca".
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Le conclusioni dei quattro studi sono state raccolte in
Blank Maggie (1995), "In the Twilight Zone: Child workers. In the Hotel,
Tourism and Catering, lndustry", ILO Ginevra.
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L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico) è una organizzazione alla quale aderiscono i paesi più
industrializzati del mondo e che fra i suoi obiettivi annovera lo sviluppo del
commercio internazionale.
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United Nations (1983), "Human Rights: A Compilation of International
Instruments", principio 9
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Questa la tesi sostenuta, ad esempio. da Sachs Jeffry D. e Warner Andrew (1995),
"Economic reform and the Process of Global Integration". Brookings
Papers on Economic Activity, n 1
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