A Firenze l'incontro new global dei cattolici - Modi
diversi di dire no alla guerra
di Fulvio Fania - "Liberazione" 22 settembre 2002
Firenze - nostro inviato
«Per i fuochi d'artificio bisognerà attendere». Così
risponde il presidente delle Acli, Luigi Bobba, a chi gli fa notare i vuoti
nella
platea del teatro tenda "Saschall". Con sessanta associazioni
cattoliche che promuovono l'incontro e la diocesi fiorentina che lo
ospita ci si poteva aspettare di più. Ma il valore dell'iniziativa - spiegano -
è nel nuovo "manifesto" La pace condizione essenziale per
lo sviluppo globale che il cartello dei new global cattolici, le
"Sentinelle del mattino", ha meditato a lungo.
Non è stato facile mettere d'accordo un arcipelago che va
dai missionari all'Azione cattolica, fino a Comunione e liberazione. Del resto,
le differenze non vengono nascoste.
Gli scout dell'Agesci, Pax Christi, i
comboniani, i giovani salesiani stanno raccogliendo firme perché neppure un
soldato italiano
vada in guerra, di qualunque guerra si tratti. «Nella Costituzione - sottolinea
Tonio dell'Olio, coordinatore di Pax Christi, - c'è scritto
che l'Italia ripudia la guerra: è come dire che la guerra fa schifo, che
ripugna».
Ventinove vescovi hanno già firmato la petizione che,
tuttavia, non diventa patrimonio comune delle "Sentinelle del
mattino".
A dare una mano, paradossalmente, provvede la
follia bellica di Bush che, teorizzando la guerra preventiva e infischiandosene
dell'Onu, se li attira tutti contro, a dispetto delle posizioni del governo
italiano. E questo non era affatto scontato, meno ancora
l'adesione della Compagnia delle opere, braccio economico-sociale dei ciellini.
Puntualmente, il solito Gianni Baget Bozzo va su tutte le furie. Dalle colonne
del Giornale, il sacerdote consigliere di Berlusconi sputa veleno sugli ex
amici, li bolla come compagnia delle
"cattive" opere, colpevoli di essersi uniti ai cattolici
«filoislamici». Dura la replica del vicepresidente della Cdo, Giorgio Salina:
«Baget Bozzo ha sprecato il suo acume».
Un prezzo all'unità, però, la grande coalizione
lo paga. Uno dei relatori, Vittorio Emanuele Parsi, giovane docente della
Cattolica di simpatie cielline che ostenta nome di re e linguaggio fintamente
alla mano, inanella una serie di argomenti tra cui una perla: molti poveri del
mondo non sarebbero tali per colpa di noi ricchi «ma perché sono poveri». A
questo punto, a Sergio Marelli, presidente dei volontari della Focsiv, non
resta che commentare ironico il proprio dissenso: «Forse sarà perché noi siamo
abituati a stare sul terreno, non in qualche studio universitario».
Il "manifesto" finale, indubbiamente,
batte altri tasti incluse le critiche al governo per aver disatteso gli impegni
verso il Terzo
mondo. E altra musica si ascolta da monsignor Diarmuid Martin, il battagliero
irlandese che il Vaticano ha promosso osservatore alle
Nazioni unite a Ginevra, uno che - racconta -, nelle innumerevoli cene a cui è
invitato per ragioni d'ufficio, ha l'abitudine di leggere
l'etichetta dell'acqua minerale: «Proviene sempre da un'altra località», mentre
in Africa aspettano acqua semplicemente pulita.
La sua sfida è tutta in una frase: «Propongo ai
governi di far propria l'opzione preferenziale per i poveri». L'idea di fondo è
che
«bisogna investire nelle persone», cioè nelle società civili e nelle classi
dirigenti, ed è urgente riformare i «gusci vuoti» delle istituzioni
internazionali. «Mi preoccupa - afferma - l'uso delle Nazioni unite per fini
interni da parte di vari paesi, non soltanto degli Usa. Una Onu incapace di
svolgere la sua funzione costituirebbe addirittura un pericolo». Monsignor
Martin sta parlando di guerra.
«Secondo la Santa sede - precisa - un intervento armato può
dichiararlo soltanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu e, anche in
questo caso, sotto precise condizioni». Ma aggiunge subito che «la lotta al
terrorismo è una lotta per lo stato di diritto e non la si
può condurre con le armi tradizionali».
Nella sala del teatro, tra le copertine della
rivista pacifista Mosaico di pace diplomaticamente ne è sparita una: risale ai
mesi del
G8 di Genova e attaccava i "benpensanti" di Cl, che allora erano
fieramente avversi al primo incontro dei new global cattolici. Nel
capoluogo ligure era stato quasi un azzardo, per il cardinale Tettamanzi,
benedire un'assemblea di critiche alla globalizzazione,
con qualche fischio per l'inviato del governo, proprio alla vigilia del vertice
e delle manifestazioni di protesta. Qui a Firenze, invece,
il neo-arcivescovo Ennio Antonelli può contare sullo stato maggiore della Cei
che è molto interessato a distinguere e far contare «la
cultura cattolica» sui temi della globalizzazione. Sono lontani però l'entusiasmo
e la passione che animarono il Carlo Felice di Genova,
forse - confessa qualcuno - «sono irripetibili».
«E' bello essere qui uniti al di là delle
differenze», esordisce monsignor Antonelli citando ripetutamente Giorgio La
Pira, il «sindaco santo» della città. Ma le "Sentinelle del mattino"
non marceranno compatte durante il prossimo Social forum europeo che si terrà
appunto sulle rive dell'Arno. «La Chiesa - ci risponde lapidario monsignor
Antonelli - non parteciperà ma lascia libere le associazioni che ritengano
opportuno farlo». Il quadro, infatti, è variegato: alcune aderiranno attraverso
la "Tavola della pace", altre con la Rete Lilliput, altre ancora in
proprio.
Agesci, "Beati i costruttori di pace"
ed Emmaus, organizzeranno due seminari insieme a "Noi siamo Chiesa",
al Cipax e ad altre
confessioni cristiane. Ci saranno anche la Focsiv, S. Egidio e i focolarini di
"New humanity" e "Giovani per un mondo unito". Uno di loro,
Giovanni Avogadri, ci spiega che a maturare le coscienze è stato il Forum di
Porto Alegre, al quale - sottolinea con il sorriso - i vescovi del Brasile
hanno partecipato ufficialmente.
Nel
pomeriggio, i giovani delle associazioni si ritrovano in quattro chiese del
centro fiorentino. Si discute di pace, sviluppo
umano sostenibile, stili di vita, economia e lavoro. La divisione per temi
risulta un po' "lottizzata" per competenza e tendenza; così
ognuno finisce per ritrovarsi a casa propria. A S. Ambrogio interroghiamo i
ragazzi sulla guerra. «E' sbagliata anche quella
dell'Afghanistan», ci risponde una militante della comunità di S. Egidio.
Chissà che le "Sentinelle" non facciano altra strada.