Il manifesto - 06 Luglio 2002

 

Il coraggio di Habiba
La nuova ministra afghana per le donne
LUISA MORGANTINI

 

Difficile essere donna, ancora più difficile essere una donna ministro nel governo afghano. Habiba Sarabi è consapevole di avere accettato di entrare in un governo dove i signori della guerra contro i quali si è sempre battuta con determinazione, cercando di mantenere viva anche nei momenti più tragici e crudeli la sua dignità di persona e di donna, sono ancora forti. Nel paese continuano gli scontri e le divisioni tribali. Habiba non ha accettato a cuor leggero, è entrata sostituendo Sima Samar, prima donna designata per il ministero della condizione femminile che ha dovuto lasciare il ministero perchè accusata di blasfemia, paragonata a Salman Rushdie, minacciata di morte per aver osato criticare la sharia. Habiba ha 44 anni, tre figli, la vita non è stata clemente con lei, anche se non ha subito, perlomeno in famiglia, le stesse violenze che subiscono la maggioranza delle donne afghane. Suo marito condivide la sua scelta. Ha resistito con la sua famiglia fino al `96 nei luoghi della guerra tra Kabul e Mazar-i Sharif, anche nei momenti più bui del regime dei taleban ha continuato nella clandestinità il suo lavoro di farmacista prima, di insegnante poi. Infine profuga, con mezza famiglia rimasta in Afghanistan, ha lavorato con i nuovi dannati della terra, i profughi, a Peshawar. Donne, bambini, uomini, bisognava dare loro educazione, cibo, pensare alla loro salute. Molto pragmatica, Habiba non ha ceduto di un millimetro nella difesa dei diritti di ciascuna/o. Non si definisce femminista né rivoluzionaria, ma lo è nella sua dedizione, nella sua umanità e compassione, nel suo rifiuto dell'ingiustizia. A Kabul, dopo la caduta dei taleban, è stata una delle prime donne a girare senza burqa. In Italia è venuta diverse volte invitata dalle Donne in nero come rappresentante di Hawca, una Ong che si dedica all'aiuto dei profughi di Peshawar ma con iniziative anche all'interno dell'Afghanistan, di cui Habiba è responsabile.

Parla lentamente Habiba, descrive il suo lavoro, denuncia l'oppressione dei taleban e dei signori della guerra del nord, i bombardamenti Usa, ma soprattutto parla con amore dei bambini ai quali Hawca offre qualche ora di scuola sottraendoli al lavoro dei tappeti o delle fornaci di mattoni, così come delle donne e delle ragazze per le quali organizzava corsi di alfabetizzazione clandestini. A Peshawar, quando siamo andate subito dopo l'inizio dei bombardamenti sull'Afghanistan, abbiamo visto bambine e bambini che così descrivevano la loro giornata: «mi alzo alle 4, mangio qualcosa e poi comincio a lavorare i tappeti, alle 8 vengo a scuola, alle 11 ritorno a lavorare i tappeti fino a notte». Habiba è una ministra che sa cosa significa essere profuga, che durante i bombardamenti era a Kabul.

E' rimasta a casa mia un po' di giorni, ci siamo scambiate confidenze ed angosce. Stava male Habiba, aveva una forte bronchite e la febbre, ma non rinunciava agli incontri, voleva raccontare del lavoro di Hawca. Quando è venuta a Bruxelles per partecipare ad un incontro di donne afghane con europee e nordamericane, mi sono stupita di quante la conoscessero e una di loro mi raccontava di quanto fosse stato importante per lei il sostegno di Habiba, avevano lavorato insieme su progetti di assistenza sociale.

Adesso dovrà misurarsi in un governo di uomini in lotta tra loro, cercare di non servire a politiche di immagine, cercare di non soccombere ai fondamentalismi e alle lotte etniche, ma anche ai falsi democratici, alle ingerenze straniere, cercare di mantenere una voce limpida e un rapporto forte con le donne e gli uomini che con lei vogliono ricostruire un Afghanistan libero da violenze e soprusi.

Auguri Habiba.