Rigoberta Menchu
Cultura di pace
intervista a cura di Claudio Montresor
Fucine Mute (FM): Uno dei
problemi di cui hai parlato più spesso nei tuoi scritti e nei tuoi interventi
è il rapporto tra la tradizione, la tua di indigena, e la tecnologia e
soprattutto dell’uso violento e repressivo o di controllo che di questa si fa,
anche attraverso i mezzi di comunicazione. Che cos’è per te la tecnica? Può
essere uno strumento di conoscenza e non di azzeramento e di assimilazione...
Rigoberta Menchu (RM): Possiamo
appropriarci della tecnica, possiamo utilizzarla in favore dello sviluppo comune
e in favore dei diritti umani: ad esempio, in Guatemala non abbiamo mai pensato
che si poteva utilizzare il DNA per dimostrare con quali brutalità sono stati
uccisi i popoli indigeni o che tecniche di tortura, che tecniche di repressione
si utilizzarono contro i popoli indigeni. Oggi possiamo dimostrarlo grazie al
lavoro degli antropologi forensi e al lavoro della ricerca scientifica. In
qualche modo ci dobbiamo appropriare della tecnologia, però, come ho detto,
mentre da una parte la vendita di caffè o la vendita delle banane o la vendita
di grandi prodotti agricoli al di fuori dei nostri paesi sta effettivamente
accadendo, dall’altra parte ci sono più immigrati, c’è più
disoccupazione, ci sono più persone che vogliono attraversare le frontiere e
per loro non esiste un mondo globale, ma esiste semplicemente una globalità
della miseria e della povertà, e per questo credo che i popoli indigeni
considerino quest’epoca come la più importante della loro storia, perché non
siamo gli unici emarginati, ma ci sono molti settori emarginati.
FM: Tu sei cristiana?
RM: Sì
FM: Volevo sapere che rapporti
hai avuto con due chiese così diverse com’è stata la chiesa cattolica
nell’America Latina: c’è stata una chiesa riformista, forte, progressista
che ha appoggiato le riforme come Balducci, come Romero, che è stata molto
dalla parte dei perseguitati politici e degli indios, ma c’è però stata
anche un’altra chiesa, ad esempio in Brasile, che ha appoggiato i proprietari
terrieri, i latifondisti, che è stata contro la riforma agraria e non ha
appoggiato le lotte per i diritti civili.
RM: Sì … Penso che in effetti
non ci siano state due chiese per la schiacciante maggioranza della popolazione
cristiana… le gerarchie cattoliche affrontano molte problematiche su come
vedere la situazione, come diffondere la religione cattolica in molti luoghi,
però per le comunità indigene non esistono due chiese, non esistono
contraddizioni tra ciò che fanno la chiesa cattolica o le chiese evangeliste e
ciò che dica la loro fede religiosa e credo che il caso Guatemala sia un
esempio molto chiaro: posso essere cattolico perché desidero esserlo, ma posso
anche proclamare le mie credenze maya, la mia religione maya, i simboli della
fede maya in cui io credo. Sono due cose parallele e non si può pensare di
cancellarne una o l’altra. L’unica cosa è che in molti anni, la politica di
catechesi, la politica pastorale, la politica della chiesa cattolica hanno
commesso molti errori. E credo che uno degli errori sia stato quello di non aver
rivendicato la difesa dei catechisti durante il periodo di repressione delle
dittature. Le dittature hanno annichilito i popoli e la chiesa non parla, resta
in silenzio. Questo è stato un errore molto grave perché i popoli indigeni
sono alleati della chiesa cattolica, lo sono sempre stati… ma il modello
religioso indigeno è stato sempre un modello di equilibrio, di rispetto ed è
per questo che esiste una religione indigena dopo moltissimi anni di
emarginazione, di distruzione, di pregiudizi, di razzismo, di superiorità, non
solo di chi fa parte della chiesa, ma anche dei sociologi, di molti antropologi
di estrema destra, che sono profondamente razzisti e sottostimano la religione e
la cultura dei popoli indigeni.
FM: … se in America Latina c’è
stato uno sterminio di massa dei popoli, qui in Europa c’è un azzeramento
delle coscienze e le due cose vanno assieme, no? Qui c’è un azzeramento della
memoria del nostro rapporto autentico con la terra, con la natura, da molto
tempo in occidente. Allora, quali sono gli alleati oggi per portare avanti una
lotta per uscire da questo sterminio?
RM: Io credo che più che
chiedere cosa potete fare voi per gli indigeni, bisogna chiedersi cosa possiamo
fare noi indigeni per voi, cosa possiamo fare per l’umanità, cosa possiamo
dare all’umanità, e credo che possiamo darle molto. Per prima cosa, noi
indigeni abbiamo sviluppato una cultura multiculturale, multietnica e
multilingue, siamo rispettosi delle differenze. I popoli indigeni sono
rispettosi delle diversità umane, ma anche delle diversità delle vite, delle
molte vite che esistono sul pianeta e credo che diamo un contributo
all’istruzione, alla visione del mondo e anche alla coscienza e al compromesso
sociale di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro radici culturali e
dalla loro religione. Di modo che possiamo aiutare con immenso piacere chiunque
voglia salvare questo pianeta.