Settembre 2000
UNA PICCOLA DONNA DI NOME RIGOBERTA MENCHU'
Intervista a Rigoberta Menchú, premio Nobel per la pace e
depositaria della cultura degli indios, una dei pochi indigeni sopravvissuti al
genocidio in Guatemala.
“Nella mia vicenda personale è racchiusa la condizione di tutto un popolo”
- dice.
Ora ne è portavoce nel mondo, perché le atrocità non vengano dimenticate e
non si ripetano più.
di Nicoletta Pasqualini
Nella sua vicenda personale racchiude la condizione di tutto un popolo,
quello degli indios del Guatemala: oppresso, torturato, massacrato, come suo
padre, sua madre, suo fratello. Un popolo che ha visto prima il colonizzatore
spagnolo, poi il nuovo sfruttatore imperialista.
I grandi occhi di questa piccola donna, Rigoberta Menchú Tum, raccontano tutto
questo. Una vicenda personale nella quale è maturata la volontà di servire il
suo popolo per riscattarlo da decenni di oppressione, attraverso un impegno
fermo ma sempre illuminato dalla scelta della nonviolenza per il quale, nel
1992, le è stato conferito il premio Nobel per la pace.
È portatrice di una cultura millenaria rimasta nel silenzio e nell’isolamento
per troppo tempo. Ora, pur nel rispetto dei suoi antenati, si propone come
innovatrice facendosi portavoce del popolo indios presso il Consiglio generale
delle Nazioni Unite e come ambasciatrice di pace e dei diritti umani nel mondo
su mandato dell’Unesco. Ha istituito, inoltre, un fondo che prende il nome di
suo padre col quale finanzia la sua attività in favore della popolazione
indigena guatemalteca.
La sua storia inizia nel 1952 nel piccolo villaggio dei Quiché, ultimi eredi
della cultura indios, situato nel nord ovest dell’altopiano guatemalteco. Lì
Rigoberta cresce in grande povertà ma ricca di valori tramandati oralmente di
generazione in generazione: l’amore per la terra, lo stretto legame con la
natura, gli animali, il sole. C’è una saggezza armonica nel tutto che viene
assorbita già da quando il bambino è nel grembo materno. Nella sua
autobiografia,“Mi chiamo Rigoberta Menchú”, scritta dall’antropologa
Elisabeth Burgos (ed. Giunti) descrive come le donne, passeggiando per la
foresta, parlino al figlio che sta per nascere, di tutto ciò che è la
natura:“Di questa natura che ci circonda non dovrai mai abusare e dovrai
vivere la tua vita allo stesso modo che la vivo io”.
Una vita dura, improntata sul lavoro della terra, sulla semina del mais, sacro
sostentamento dell’uomo. “Il mais è al centro di tutto - racconta - è la
nostra cultura”. Una cultura che rispetta l’unico Dio, il sole, che è il
cuore del cielo. Padroni delle loro terre, gli indios se le sono viste portare
via, espropriare dai potenti di turno.
Rigoberta, nella vita di stenti del suo popolo incarnata nella vita dei suoi
genitori, che erano gli “eletti” della sua comunità, e vivendo direttamente
su di sé tremende ingiustizie dettate dal razzismo nei confronti degli
indigeni, sente crescere in lei una coscienza, sente l’umiliazione vissuta dal
suo popolo considerato alla stregua di animali.
“Io sono cristiano, e il dovere di un cristiano è di combattere contro tutte
le ingiustizie che vengono commesse contro il nostro popolo… C’è a chi
tocca dare il proprio sangue e c’è a chi tocca dare le proprie forze; perciò,
finché possiamo, diamo la forza”. Queste parole diceva suo padre, Vicente
Menchú, diventato leader degli indios, prima di morire nel tragico rogo
dell’Ambasciata di Spagna a città del Guatemala, durante una pacifica
occupazione per richiamare l’attenzione internazionale sulle arbitrarie
espropriazioni delle terre agli indios e sull’oppressione governativa. Era il
31 Gennaio 1980.
Prendendo coscienza della propria cultura e appropriandosi della lingua
spagnola, la lingua dei conquistadores, la Menchú diviene, come suo padre,
simbolo di liberazione e di speranza per il suo popolo. “Questa è la mia
causa - dice nel libro - ed è una causa che non è nata da qualcosa di buono,
ma da qualcosa di cattivo, da qualcosa di amaro. In particolare la mia causa ha
radici nella miseria in cui vive il mio popolo, nella denutrizione che ho visto
e che come indigena ho sofferto, nello sfruttamento e nella discriminazione che
ho provato nella mia propria carne”. “Il lavoro dei cristiani rivoluzionari
- continua - consiste soprattutto nel condannare e nel denunciare le ingiustizie
che vengono commesse contro il popolo”.
Questa piccola grande donna l’abbiamo incontrata a Bolzano, terra che in
Italia rappresenta un esempio di convivenza multietnica: tre lingue e tre
culture diverse (italiani, tedeschi e ladini). Indossava il costume tradizionale
del suo villaggio composto da una camicetta (huipil) e da una gonna (corte) da
lei stessa tessuta. La sua carnagione olivastra risaltava nei colori caldi del
suo costume ricco di rossi e gialli: i colori, appunto, del sole.
Stanca da un lungo viaggio e da vari incontri, siamo riusciti comunque a
rivolgerle qualche domanda. L’impressione che abbiamo ricavato da questo
incontro è quella di una donna dalla personalità resa forte dalle dure vicende
personali, ma aperta al dialogo multiculturale e multirazziale nel rispetto
dell’uomo e della vita di tutto il pianeta.
Un lavoro lungo e faticoso che Rigoberta porta avanti con serenità:“Io so che
nessuno potrà togliermi la mia fede cristiana, né il regime, né la paura, né
le armi, ed è anche questo che devo insegnare alla gente. Che uniti possiamo
costruire la Chiesa popolare, una vera Chiesa, che non sia solo gerarchia o un
edificio, ma che porti un reale cambiamento in noi come persone”.
In che cosa consiste la resistenza non violenta che
portate avanti in Guatemala?
“Non so se intendiamo lo stesso significato della parola resistenza.
Quello che facciamo noi è lottare perché si rispettino i diritti umani,
lottare per un Paese dove la giustizia non si applichi solamente contro le
persone che non hanno mezzi economici, che non hanno mezzi per difendersi. Noi
del popolo indigeno non siamo mai stati fonte di conflitti ma siamo un popolo
che ha una cultura profonda. La nostra lotta è contro l’impunità, una lotta
universale, quindi, e lavoriamo per il rispetto vicendevole, la tolleranza,
lavoriamo per il rispetto delle culture e spero che il mondo sia un mondo
pluriculturale”.
In quanto donna è stato difficile farsi accettare dai
suoi compagni?
“Credo che, per una donna, in tutte le parti del mondo sia difficile che
ci sia rispetto per i suoi diritti, anche in quei Paesi in cui la donna ha
raggiunto un miglior status economico ed una maggior partecipazione politica. Le
donne hanno sempre avuto più difficoltà ed hanno più riforme da esigere. Per
noi donne indigene è stato più difficile. Per me è ancora più difficile, non
tanto per il fatto di essere indigena o non indigena, ma semplicemente perché
io sono uno dei pochi indios sopravvissuti al genocidio in Guatemala. In me ho
una parte di memoria dei miei morti, ma c’è un’altra parte che è la
memoria della vita che dobbiamo difendere. Molto di quello che a me è toccato
fare non è un lavoro isolato, ma è un lavoro che coinvolge molte persone e che
è la speranza di molte persone”.
Quanto le è servito essere premio Nobel?
“Io spero che tutti capiscano che ricevere il premio Nobel è come
ricevere una laurea, un diploma che non cambia la situazione. È uno spazio dove
possiamo lavorare, dove possiamo fare molte iniziative. Io mi considero una
donna di molte iniziative perché ho lavorato molto. Se bastasse il premio Nobel
per cambiare qualcosa, il mondo sarebbe molto cambiato con tutti i premi Nobel
che ci sono”.
Ma il fatto di essere conosciuta da tutti nel mondo,
l’ha aiutata?
“La situazione in Guatemala cambierà il giorno in cui non ci sarà
impunità, il giorno in cui ci saranno programmi governativi, politiche
governative di sviluppo, di cambiamento, il giorno in cui non avremo colpi di
stato, non avremo dittature. Però non sono io quella che deve cambiare la
situazione, io credo ci sia un fraintendimento sul ruolo di un premio Nobel.
Penso che un premio Nobel non cambi il Guatemala, lo cambia la gente, le lotte,
e ci sono molte persone che stanno lavorando. Lavorano cristiani, donne,
sindaci. Quello che sto dicendo io è che c’è un falso mito. Non è che noi
cambiamo la vita dei popoli dell’America Latina, ma aiutiamo a rompere il
silenzio”.
Com’è l’attuale situazione politica del Paese?
“Il Paese è molto complesso. Il Guatemala continua ad avere minacce di
morte, non siamo riusciti a smantellare i gruppi paramilitari, basta ricordare
l’assassinio di Mons. Girardi che era una persona molto importante e molti
personaggi che sono morti negli ultimi anni. Molti di questi assassinii sono
fatti da settori che hanno il potere nelle loro mani, che hanno le armi nelle
loro mani. Noi, la cosa più grande che abbiamo fatto, è terminare il conflitto
armato interno (la guerra civile) che era un pretesto per molti settori per
intimidire, per rubare auto, per vendere droga, per vendere armi.
Dopo del conflitto armato c’è stato un lungo processo di conciliazione, un
lungo processo per restituire dignità alle vittime ed ai sopravvissuti, un
lavoro molto forte, molto duro. Voglio dire, però, che questo non è il mio
lavoro, ma è il lavoro di molte persone che rischiano la vita e credono nella
democrazia e in un Paese pluriculturale. Anche nell’ultimo mese abbiamo
ricevuto minacce di morte”.
Lei di recente ha denunciato al giudice spagnolo Garzon
alcuni responsabili degli stermini avvenuti sotto la dittatura in Guatemala
negli anni ’80. C’è la possibilità di avere giustizia per questi crimini?
“In primo luogo la nostra organizzazione è arrivata davanti all’udienza
nazionale, all’Onu e al giudice Luis Polanco. La domanda che abbiamo
presentato all’udienza nazionale è una domanda giuridica-penale ed è il
castigo penale dei responsabili del genocidio. Ci sono due risoluzioni del
tribunale che confermano la possibilità e la capacità del mandato
dell’udienza nazionale di giudicare. È molto importante che non si cada
nell’oblio, che non si torni a commettere il genocidio e che i responsabili
siano opportunamente giudicati. Credo che sia possibile perseguire, se non
tutti, almeno alcuni degli autori maggiormente responsabili dell’orrore che ha
visto il popolo del Guatemala. Non è stato facile perché all’arrivo della
denuncia in Spagna abbiamo ricevuto minacce di morte, ricatti e molte pressioni.
Io spero che tutto questo abbia un esito. Quello che cerchiamo di fare oggi è
gettare una luce di speranza nella società civile, affinché i crimini e le
atrocità fatte contro il popolo guatemalteco non vengano dimenticate e non si
ripetano più”.
In Guatemala avete già qualche modello per il rispetto
della multiculturalità?
“Sono stati firmati 12 accordi di pace e ogni accordo di pace è una
piattaforma per costruire un Paese democratico. C’è un accordo di pace
sull’identità e sui diritti dei popoli indigeni che ci dà l’opportunità
non solo per fare le riforme educative ma anche riforme costituzionali per i
prossimi venti, trent’anni”.
La Bibbia può essere uno strumento di liberazione?
“È un tema molto profondo, non è un libro qualsiasi. Non si può
spiegare come cambia la persona, bisogna vedere la fede con la quale quella
persona capisce e la realtà nella quale essa vive. Quando parliamo della fede,
della religione, io preferisco essere molto più profonda, e adesso non c’è
tempo”.
Qual è il suo sogno?
“Io ho molti sogni e molti sogni lascio nei diversi posti dove sono stata.
I sogni che devo conservare li conservo dentro ad un piccolo baule. Non si può
aprire, perché altrimenti i sogni scappano. Non si possono dire i sogni”.
Nel dire questa frase Rigoberta tira fuori un piccolo bauletto che teneva non
so dove, quasi avesse previsto la domanda, e sorride soddisfatta davanti ai
giornalisti. È anche in questi aspetti, nella sua semplicità e capacità di
gioire delle piccole cose, il segreto della sua forza.