La figura del leader del movimento per i
diritti civili dei neri
attraverso cinque momenti della sua vita.
Di
Sergio Albesano
Il 1° dicembre 1955 a
Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, una signora nera di mezza età, salì su un
autobus di linea, seguì l’indicazione "Gente di colore" e prese posto
nella quinta fila a sinistra, dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi.
L’autobus ben presto si riempì. Il conducente invitò allora a far posto ai
"signori bianchi" e tre neri si alzarono. Rosa era stanca, aveva
appena terminato una lunga giornata di lavoro, le facevano male i piedi e
decise di rimanere seduta. Il conducente la invitò esplicitamente ad alzarsi,
ma la donna rifiutò, senza alzare la voce, perché sapeva che altrimenti avrebbe
offerto un pretesto per farla scendere. L’autista si allontanò e ritornò dopo
poco accompagnato da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la
trascinarono via. L’autobus ripartì e la donna venne condotta al posto di
polizia, dove il funzionario di turno compilò il modulo di arresto con l’accusa
di violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei
posti sugli autoveicoli pubblici.
Rosa telefonò a E. D. Nixon,
presidente dell’N.A.A.C.P., il quale la raggiunse al commissariato, pagò la
cauzione e la riportò a casa. Quindi avvisò dell’accaduto Jo Ann Robinson,
presidentessa del Consiglio politico delle donne di Montgomery, la quale
propose a Nixon di lanciare un appello alla popolazione di colore per
boicottare i mezzi pubblici in segno di protesta. Alle cinque del mattino Nixon
telefonò ai due pastori della città per chiedere il loro appoggio. Uno dei due
era Martin Luther King, il quale esitò e chiese di poter riflettere, ma
quaranta minuti dopo, dietro le insistenze di Nixon, accettò di mettere a
disposizione la sua chiesa come luogo di incontro della comunità nera per poter
discutere la questione.
Nelle prime ore del pomeriggio
erano già stati distribuiti quarantamila volantini in cui si invitava a non
utilizzare l’autobus lunedì 5 dicembre. L’appello al boicottaggio era già stato
lanciato prima che avesse inizio la riunione, durante la quale King si tenne in
disparte, suscitando il lamento di Robinson. Solo le chiese disponevano dell’organizzazione
necessaria per mobilitare un alto numero di neri e alla fine i pastori
promisero di dare risalto al boicottaggio nei sermoni della domenica e di
ristampare all’interno delle singole comunità ecclesiastiche il volantino.
Alla domenica nelle chiese
affluì una massa di gente e i pastori raccolsero applausi scroscianti. Nel
pomeriggio King lesse in articolo sul "Montgomery adviser", in cui si
bollava il minacciato boicottaggio come un’azione di razzismo nero e ciò
sollevò i suoi dubbi. Alla fine decise che il boicottaggio era un tentativo di
spiegare ai bianchi che non era possibile collaborare oltre con un sistema
malvagio.
In genere in una giornata
lavorativa utilizzavano i mezzi pubblici ventimila neri. Quel lunedì furono
contati solo dodici viaggiatori neri.
Intanto fu processata Rosa
Parks, che fu riconosciuta colpevole e le venne inflitta una multa di dieci
dollari. Il suo avvocato presentò ricorso. Qualche ora più tardi alcune persone
si incontrarono nella chiesa di King ed egli, colto di sorpresa, fu eletto
presidente della Montgomery Improvement Association. "Tutta la faccenda mi
si presentò così inaspettatamente, che non ebbi tempo di rifletterci
sopra", affermò King. "Io non avevo né iniziato né proposto quella
protesta. Reagii semplicemente al richiamo del popolo che chiedeva un
portavoce."
L’assemblea preparò il testo
delle richieste da proporre all’azienda dei trasporti, tra le quali si chiedeva
"che i viaggiatori possano prendere posto secondo l’ordine di salita, i
neri a cominciare dalle ultime file". Si trattava di richieste
indubbiamente moderate, che non mettevano in discussione il principio della
separazione razziale.
Quella sera il neo presidente
tenne un discorso appassionato di fronte ad una folle enorme. Ricordò molti
casi di ingiustizie subite da neri sui mezzi pubblici. Poi disse: "Siamo
qui per dire a coloro che ci hanno maltrattato per tanto tempo che noi siamo
stanchi. Siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Siamo stanchi di essere
presi a calci in maniera brutale, di essere oppressi. Non abbiamo altra
alternativa che la protesta. Per molti anni abbiamo mostrato una pazienza
sorprendente. A volte abbiamo dato ai nostri fratelli bianchi l’impressione che
il modo in cui venivamo trattati ci piacesse. Ma questa sera siamo venuti qui
per dire che la nostra pazienza è finita, che saremo pazienti solo quando
avremo libertà e giustizia."
L’assemblea approvò
all’unanimità la proposta di continuare il boicottaggio ad oltranza, fino a
quando fossero state rispettate le richieste della popolazione nera, la quale
continuò l’azione di protesta per trecentottantasei giorni, organizzando un
sistema di trasporti alternativo. In questi mesi King acquistò una statura di
rilievo pubblico. Quotidiani di tutto il mondo inviarono giornalisti nella
città sul fiume Alabama e arrivarono le televisioni a riprenderlo. Il nuovo
media, sufficientemente sviluppato negli Stati Uniti a quell’epoca, contribuì a
rendere Martin Luther King una figura di rilevanza nazionale.
Contemporaneamente King e la sua famiglia furono bombardati da minacce di morte
e ricevettero un’infinità di telefonate piene di insulti e di volgarità. La sua
casa subì un attentato dinamitardo in cui moglie e figlio si salvarono per
miracolo. King ebbe dubbi, provò paura, ma trovò nella sua fede religiosa la
forza di continuare. Intanto venne accusato di frode fiscale; quindi arrestato
per eccesso di velocità. Era la prima di una lunga serie di detenzioni. Una
folla adirata si adunò davanti alla prigione chiedendo la scarcerazione del pastore
e la polizia, dietro pagamento della cauzione, lo rilasciò.
King volò da una parte
all’altra degli Stati Uniti per mobilitare l’opinione pubblica e per
raccogliere fondi per la causa. Intanto le autorità municipali intentarono un
processo per "trasporto di viaggiatori non autorizzato" contro il
Movimento per i diritti civili, chiedendo al tribunale un provvedimento
ingiuntivo temporaneo contro il sistema di automobili private che offrivano
passaggi gratuiti ai neri. King cercò di trattare con l’azienda, che però si
dimostrò irremovibile. Il momento era delicato, perché se la Corte locale
avesse dato ragione alle autorità municipali, il boicottaggio sarebbe giunto
alla fine, in quanto non si poteva chiedere alla popolazione nera di andare e
tornare tutti i giorni dal lavoro a piedi. Proprio in quel momento però la
Corte Suprema, alla quale avevano fatto ricorso gli avvocati della N.A.A.C.P.,
dichiarò incostituzionale la separazione razziale sui mezzi pubblici di
trasporto di Montgomery e le norme locali di segregazione delle Stato
dell’Alabama.
La comunità di colore si
preparò al trasporto integrato simulando sui banchi della chiesa alcune scene
di situazioni conflittuali. La popolarità di King era alle stelle e all’inizio
del 1957 la sua fotografia campeggiò sulla copertina di "Time". Il
boicottaggio ebbe termine il 21 dicembre 1956 e nel giro di una settimana il
trasporto integrato divenne una pratica comune a Montgomery. Si verificarono
soltanto due piccoli incidenti di intolleranza.
La vittoria di Montgomery non
fu merito soltanto di King e dei suoi uomini. Fin dall’inizio i grandi media
avevano appoggiato il Movimento per i diritti civili, assecondando un nuovo
atteggiamento che andava delineandosi nella società. Anche il sound nero
contribuì a diffondere una nuova cultura di tolleranza. Alla fine degli anni
Cinquanta, gli Stati Uniti si trovarono di fronte una nuova generazione di
giovani che attraverso il rock and roll erano approdati al Movimento per
i diritti civili. Senza la beat generation il Movimento di King dopo
Montgomery si sarebbe arenato.
Spunti di riflessione
La protesta partì dalle donne.
King non cercò di capeggiare la
protesta, ma lo fece quasi suo malgrado.
Il boicottaggio fu accompagnato
da azioni legali.
Il boicottaggio ebbe successo
perché fu un’azione di massa.
La protesta fu sempre e
inequivocabilmente nonviolenta.
La popolazione nera coinvolta
si preparò a situazioni conflittuali.
I grandi media furono
determinanti per la buona riuscita dell’azione.
La coscienza civica è pronta ad
accogliere i cambiamenti legislativi che in parte sono già patrimonio della
cultura civile.
E’ solo quando la notte è più
buia che si vedono le stelle.
Birmingham era un centro
industriale dell’Alabama a un’ora e mezzo di automobile a nord di Montgomery.
Nel 1957 erano stati attuati in città diciassette attentati dinamitardi contro
le chiese dei neri senza che alcun responsabile fosse mai stato individuato e
il Ku Klux Klan era penetrato cinquanta volte nel quartiere di colore.
Fred Shuttlesworth, un collega
di King e suo amico dai tempi di Montgomery, lo aveva chiamato a Birmingham,
ben sapendo di imbarcarsi in un’impresa a rischio. Durante una riunione
preparatoria King aveva detto ai suoi collaboratori: "Ci tengo molto che
ciascuno di voi rifletta attentamente prima di decidere se partecipare alla
campagna. Io prevedo che qualcuno dei presenti non tornerà a casa vivo. Quindi
pensateci bene."
La campagna di disobbedienza
civile fu preparata sia reclutando alcune centinaia di volontari con il compito
di coinvolgere la popolazione nera, sia organizzando conferenze tenute da King
in ogni dove per raccogliere i fondi necessari.
Il giorno d’inizio della
campagna fu mercoledì 3 aprile 1963 e la sera precedente King indisse un raduno
di preghiera. Al mattino trenta volontari presero posto ai banchi delle tavole
calde dei cinque grandi magazzini più prestigiosi della città e chiesero di
essere serviti. Furono respinti e venne loro intimato di lasciare il locale.
Quando si rifiutarono di abbandonare i loro posti, la polizia sopraggiunta ne
portò in prigione ventuno. Quella sera King fece appello alla popolazione nera
perché boicottasse i grandi magazzini dei bianchi in segno di solidarietà con
gli arrestati. I primi tre giorni della protesta si svolsero in modo quasi
pacifico e furono effettuati soltanto trentacinque arresti. Il sabato
quarantacinque volontari si recarono in marcia al municipio insieme al pastore
Shuttlesworth per presentare protesta contro l’arresto dei sostenitori dei
diritti civili. Quarantadue di loro furono fermati.
La domenica il fratello di
King, Alfred-Daniel, che era stato chiamato come pastore a Birmingham, si
spinse fino in centro con una marcia di preghiera. Fu arrestato e spedito in
prigione insieme ad altri venticinque dimostranti. Il ministro della giustizia
Robert Kennedy fece pervenire a King un messaggio personale, in cui gli
consigliava di smorzare il tono della protesta giacché, si esprimeva, "i
diritti civili non si conquistano in piazza".
King era deciso ad ignorare l’ingiunzione
emessa dal tribunale locale che vietava qualunque altra forma di protesta e
organizzò per il venerdì santo una marcia alla prigione insieme a cinquanta
volontari; negli ultimi cinque giorni circa cinquecento neri erano stati
rinchiusi in carcere. La polizia ben presto intervenì e condusse i dimostranti
in prigione. Per King si trattava del tredicesimo arresto. In carcere scrisse
la Lettera dal carcere di Birmingham, che era una risposta agli
ecclesiastici che reputavano che i neri avrebbero fatto meglio a sfruttare le
loro possibilità legali, anziché impiegare tutto quel tempo a tenere
dimostrazioni. King scrisse: "Quando attraversi il Paese e sei costretto a
dormire notte dopo notte negli angoli scomodi di un’automobile perché non c’è
un motel che ti accolga; quando giorno dopo giorno vieni umiliato dai cartelli
provocatori ‘per bianchi’ e ‘per gente di colore’; quando non hai più un nome
perché ti chiamano nigger, non hai altro appellativo che boy,
qualunque sia la tua età, e il tuo cognome è comunque ‘John’; quando a tua
moglie e a tua madre non viene mai riconosciuto il titolo di riguardo Mrs.;
quando il fatto di esser nero ti tormenta di giorno e ti perseguita di notte e
ti costringe a camminare sempre in punta di piedi; allora bisogna comprendere
perché a noi risulti tanto difficile aspettare."
Sabato 20 aprile King fu
rimesso in libertà dietro pagamento della cauzione e il successivo processo si
concluse con una multa di cinquanta dollari. Gli organizzatori della
manifestazione decisero allora di coinvolgere i ragazzi. Il 2 maggio gruppi di
cinquanta giovani partirono dalla chiesa dove avevano ascoltato un discorso di
King. La polizia era schierata con manganelli, caschi, scudi e cani al
guinzaglio. I ragazzi riuscirono però ad aggirare il blocco e a raggiungere il
centro, dove si riunirono in un corteo che avanzò verso il municipio. La
polizia rincorse i manifestanti e fermò la marcia, arrestando
novecentocinquantanove bambini e ragazzi, che furono trattati in maniera
umiliante e violenta.
King indisse per il giorno
seguente un’altra manifestazione. Cinquecento ragazzi lasciarono l’edificio
della chiesa prima che la polizia arrivasse a sbarrare il portone. Gli altri si
defilarono dalle uscite laterali. La polizia attaccò i dimostranti con gli idranti
e scatenò i cani contro di loro. Per reazione sui tetti delle case circostanti
comparvero giovani neri che cominciarono a prendere di mira la polizia con un
lancio di sassi. La campagna nonviolenta rischiava di precipitare. Gli
organizzatori riuscirono a salvare la situazione invitando ancora una volta a
non fare uso della violenza.
Il corteo dei ragazzi suscitò
aspre critiche, poiché King e gli organizzatori della protesta furono accusati
di bieco cinismo e di abusare dei giovani. King rispose affermando che un
bianco non era in grado di farsi un’idea di che cosa significava essere un
bambino nero che cresceva in una realtà come quella di Birmingham.
Dopo le dimostrazioni dei
ragazzi, la popolazione di colore continuò le manifestazioni e tutti i giorni
furono organizzate marce verso il municipio, nonostante i manganelli e gli
idranti della polizia. Il 6 e 7 maggio furono arrestate duemila persone. Le
carceri erano sovraffollate. Robert Kennedy inviò a Birmingham un incaricato
speciale, con il compito di convincere i commercianti bianchi a trattare con
King per giungere ad un’intesa. King avanzò quattro richieste: l’abolizione
della segregazione nelle tavole calde, nei bagni, negli spogliatoi e alle
fontanelle dell’acqua potabile dei centri commerciali; l’assunzione di neri,
con la relativa possibilità di fare carriera, all’interno dell’amministrazione
comunale e delle aziende commerciali; la sospensione di tutti i procedimenti
penali in corso contro i dimostranti; l’istituzione di un comitato misto di bianchi
e neri per programmare altre misure per l’abolizione della segregazione. Agli
occhi della città, però, nessuna di queste condizioni poteva esser oggetto di
trattative. Intanto sulle strade la protesta continuava e si ebbero numerosi
feriti. Volarono pezzi di mattone, bottiglie e sassi. King con il megafono
continuava a richiamare alla nonviolenza. Impressionati dal protrarsi della
crisi, i rappresentanti della Camera di commercio avviarono trattative segrete
con i responsabili della protesta. Il 9 maggio King fu di nuovo arrestato.
Shuttlesworth, dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato a causa di un
getto d’idrante, mise in campo mille volontari per occupare il centro
cittadino, dove nel frattempo si erano schierati duemila soldati regolari. Intervenne
allora Robert Kennedy in persona, che convinse dopo difficili trattative
Shuttlesworth a rinviare la marcia al carcere al tardo pomeriggio e a
sospenderla, qualora King fosse stato rilasciato. Il governo fece pressioni sul
tribunale locale affinché King fosse immediatamente liberato dietro pagamento
della cauzione e così avvenne. Lo stesso giorno i negoziatori bianchi si
dichiararono disposti ad accettare tutte le condizioni richieste. L’autorità
giudiziaria rilasciò tremila dimostranti detenuti, ma l’amministrazione
comunale si rifiutò di riconoscere l’intesa raggiunta. Su richiesta del
Consiglio comunale il Provveditorato agli studi allontanò dalle lezioni
millecento ragazzi per partecipazione non autorizzata a dimostrazioni. Ma alla
fine del mese il Supremo tribunale amministrativo destituì dall’incarico il
Consiglio comunale.
L’effetto Birmingham si fece
sentire e nel giro di dieci settimane il Ministero della giustizia registrò
settecentocinquanta dimostrazioni in centottantasei città.
L’11 giugno John F. Kennedy si
rivolse alla nazione con un discorso per conquistare il consenso dell’opinione
pubblica sulla propria iniziativa di legge sui diritti civili. King aveva
dimostrato che i diritti civili erano stati conquistati in piazza. Intanto a Birmingham
ci furono attentati dinamitardi contro le case dei neri e scoppiarono
disordini. King corse nella città e riuscì a calmare i neri. A settembre una
bomba venne lanciata da una finestra nella chiesa dove King aveva fatto partire
le manifestazioni dei ragazzi. Quattro ragazze nere fra gli undici e i
quattordici anni, che stavano seguendo la lezione di catechismo, morirono.
Nessun colpevole venne mai trovato. I genitori di una delle ragazze accusarono
King della morte della loro figlia.
Spunti di riflessione
La campagna fu preparata
accuratamente.
Per sostenere le iniziative c’è
bisogno di fondi.
Il mattino del 28 agosto 1963
duecentocinquantamila persone confluirono a Washington da tutte le parti del
Paese. Passarono attraverso le strade cantando: "Black and white
together". Secondo le stime ufficiali, tra i dimostranti c’erano
ottantacinquemila bianchi. Il presidente Kennedy stava cercando di far
approvare la legge sui diritti civili e aveva sconsigliato di organizzare la
grande marcia, poiché temeva che suonasse come un ricatto nei confronti dei
delegati. King ribadì: "Di tutte le campagne alle quali io abbia
partecipato è sempre stato detto che capitavano al momento sbagliato".
Tuttavia i dirigenti neri fecero di tutto per assicurare che la marcia
risultasse una manifestazione pacifica. Duemila poliziotti neri di New York si
erano offerti come volontari per il servizio di sicurezza. Joan Baez cantò
l’inno del Movimento "We shall overcome" e milioni di telespettatori
assistettero al corteo, che era lungo chilometri. Un gruppetto esiguo di
nazisti statunitensi si fece notare ai margini della manifestazione. I
dirigenti neri lessero le loro rivendicazioni, che avrebbero poi sottoposto al
Presidente, alla Casa bianca, a conclusione del raduno: leggi efficaci per i
diritti civili, finanziamenti federali per i programmi di integrazione,
abolizione della segregazione in tutte le scuole pubbliche entro la fine del
1963, riduzione del numero dei delegati alla Casa dei rappresentanti per tutti
gli Stati che limitavano il diritto al voto dei neri, richiesta di un’edilizia
popolare pubblica, iniziative federali contro la sottoccupazione e l’abolizione
di posti di lavoro, aumento del minimo salariale. King fu l’ultimo a parlare e
pronunciò il famoso discorso ricordato con la sua affermazione "I have a
dream". Disse: Io ho un sogno: che un giorno sulle colline rosse della
Georgia i figli degli schiavi e i figli degli schiavisti di un tempo possano
sedere assieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno: che un giorno
persino lo Stato del Mississippi, uno Stato che sta languendo nella foga
dell’ingiustizia e dell’oppressione, si trasformi in un’oasi di libertà e
giustizia. Io ho un sogno: che un giorno i miei quattro figli potranno vivere
in una nazione che non li giudicherà per il colore della loro pelle, ma per il
loro carattere. Io ho un sogno." La folla lo seguiva esclamando
"Amen" e "Lodato sia il Signore" e lo interrompeva
continuamente con applausi scroscianti. Durante la manifestazione non si
verificarono incidenti.
Nell’ottobre 1964 il comitato
per l’assegnazione dei premi Nobel scelse Martin Luther King come vincitore del
premio Nobel per la pace. King ricevette la notizia in ospedale, dove era ricoverato
a causa della fatica a cui si era sottoposto. Con i suoi trentacinque anni King
era la persona più giovane a cui fino a quel momento fosse stato conferito il
premio.
I suoi avversari si ribellarono
all’iniziativa e avviarono una campagna denigratoria contro di lui. Un giornale
del Sud scrisse: "La gente del Sud sa che, dove passa King, lascia
violenza e odio." Edgar Hoover, direttore dell’F.B.I., definì King
"il più famigerato bugiardo del Paese".
Alla cerimonia ad Oslo, King
pronunciò un discorso, che concluse affermando che, quando sarà scritta la
storia di quest’epoca, si dovrà rendere un tributo ai tanti "umili figli
di Dio", mai contati né menzionati, le cui sofferenze per la causa della
giustizia hanno generato una nuova epoca, "una terra più bella, un popolo
migliore e una cultura più nobile". La cerimonia fu diffusa in eurovisione
in tutta l’Europa occidentale. Era la prima volta che la gioventù potesse
identificarsi in un premio Nobel. Nella realtà da incubo che i giovani stavano
vivendo, il sogno di King diventava un nuovo simbolo di speranza.
Nel febbraio 1968 a Memphis le
forze di polizia caricavano con sostanze chimiche e manganelli i netturbini
neri in sciopero, che chiedevano il riconoscimento del loro sindacato, nuovi contratti
di lavoro e l’istituzione di un ufficio per le conciliazioni. Il sindaco
rifiutò le loro richieste. I netturbini allora entrarono in sciopero, ma le
autorità comunali dichiararono illegale tale sciopero e fecero intervenire la
polizia. Come reazione furono boicottati i negozi dei bianchi, fu organizzato
un sit-in davanti al municipio e le chiese promossero assemblee di protesta.
Dopo quattro settimane l’amministrazione cittadina ancora non dava segni di
cedimento e allora venne chiamato in aiuto Martin Luther King, la cui presenza
doveva essere una motivazione in più per i netturbini in sciopero. Inoltre
avrebbe dato rilievo pubblico alla loro lotta. Egli parlò davanti a
quindicimila persone, spronando i netturbini a continuare la loro lotta e invitando
tutti i neri di Memphis a organizzare uno sciopero generale.
Per giovedì 28 marzo fu indetta
una marcia, che si risolse in un fallimento, perché il corteo era avanzato di
appena tre incroci quando cominciarono a volare sassi, sfondando le vetrine dei
negozi. La polizia intervenne, duecentottanta dimostranti furono arrestati e un
giovane morì per le ferite di arma da fuoco riportate. In città fu proclamato
il coprifuoco notturno.
Il 4 aprile King si stava
preparando in albergo prima di recarsi ad un comizio indetto per quella sera.
Dopo essersi annodato la cravatta uscì sul balcone e scambiò alcune parole con
un amico che stava lì sotto. La pallottola di grosso calibro lo fece schiantare
di colpo. Colpì King sotto il labbro, gli spappolò il mento, rimase conficcata
nelle vertebre cervicali e gli trapassò il midollo spinale. E’ probabile che
King sia morto all’istante. I ghetti esplosero. Furono arrestate ventisettemila
persone, tremilacinquecento rimasero ferite, quarantatre uccise e i danni
complessivi ammontarono a cinquantotto milioni di dollari.
King aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso che aveva tenuto la sera prima, aveva detto: "Non so che cosa succederà adesso. Ma non è questo che mi interessa. Sono salito in cima alla montagna. Non sono preoccupato. Come tutti, anch’io desidero vivere a lungo. Ma tutto questo ora non mi preoccupa. Desidero soltanto compiere la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna. Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore."