UNA GAMBA DI SEDIA

 

Tutto cominciò nella sede dell'Alto Comando di Tutte le Guerre. Un giovane con la divisa da sergente del Super Esercito era stato convocato da uno dei Grandi Generali. Una sentinella lo fece entrare nell'ufficio del Generale.

"Si sieda, giovanotto ", disse l'alto ufficiale.

"Grazie ", rispose il giovane sergente, e si sedette.

"Ho sentito voci sul suo conto", esordì l'ufficiale in tono di simpatia. "Oh, niente di importante. Nervosismo. Un certo senso di disagio. Sono mesi ormai che sento parlare di lei, e così ho pensato di chiamarla. Magari le piacerebbe cambiare lavoro. All'estero, forse, o in una zona di guerra? Se stare dietro una scrivania l'annoia, vorrebbe tornare alle vecchie battaglie? ".

"Credo di no ", rispose il giovane sergente.

"Che cosa vuole allora?".

Il sergente scrollò le spalle e si guardo le mani: "Vivere in pace. Sapere che durante la notte, chissà come, i cannoni di tutto il mondo si sono arrugginiti, i batteri delle armi batteriologiche non sono più buoni neanche a fare lo yogurt, i carri armati e i bombardieri sono sprofondati come mostri preistorici nelle strade trasformate in pozzi di catrame. Ecco che cosa vorrei ".

"È quello che tutti vorremmo, naturalmente", disse l'ufficiale, anche se i suoi occhi dicevano il contrario. "Ma ora basta con queste chiacchiere idealistiche e mi dica dove vorrebbe essere mandato. A lei la scelta: o la Zona di Guerra orientale o la Zona di Guerra settentrionale".

Il Generale indicò una mappa rosa distesa sul tavolo.

Ma il giovane sergente continuò come se stesse parlando con le sue mani che continuava a muovere e a fissare intensamente. "Che cosa fareste voi ufficiali, che cosa faremmo noi soldati, che cosa farebbe il mondo se domani, svegliandoci, scoprissimo che tutte le armi si sono ridotte in polvere? ".

 

La Macchina

L'ufficiale si accorse che doveva dare fondo a tutta la sua diplomazia per trattare con il sergente. Accennò un sorriso. "È una domanda interessante. Mi piacciono molto le discussioni teoriche e sono convinto che se accadesse una cosa del genere, il mondo intero cadrebbe in preda al panico. Ogni nazione penserebbe di essere l'unica disarmata e accuserebbe i nemici della responsabilità del disastro. Ci sarebbe un'ondata di suicidi, i mercati azionari crollerebbero, insomma un milione di tragedie. Mi creda: è la guerra che fa vivere il mondo! ".

"E dopo? ", domandò il sergente. "Quando la gente si accorgesse che è vero, che ogni nazione è disarmata e che non c'è nulla da temere, se fossimo tutti nelle condizioni di ricominciare daccapo un nuovo modo di vivere, che cosa succederebbe?".

"Le nazioni si riarmerebbero il più in fretta possibile".

"E se anche questo potesse essere impedito? ".

"Ci si combatterebbe a pugni. Sterminati eserciti di uomini armati di guantoni con punte d'acciaio si schiererebbero ai confini di ogni paese. E se si strappassero loro i guantoni, si combatterebbe con le unghie e con i denti. E se gli si amputassero le braccia, si sputerebbero addosso. E se gli si tagliasse la lingua e gli si conficcasse in bocca un tappo, riuscirebbero a riempire l'atmosfera con una concentrazione di odio tale da uccidere tutti gli insetti e far piombare stecchiti a terra gli uccelli dai fili del telefono".

"Allora non pensa che sarebbe una cosa buona? ", domandò il sergente.

"Neanche per sogno. La guerra è utile. È la forza che manda avanti il mondo! Metta via la sua "ruggine" e pensi ad una bella battaglia! ".

Il giovane sergente alzò la testa di scatto. "Come fa a sapere che ce l'ho? ".

"Che cosa? ".

"La ruggine, naturalmente ".

"Ma di che cosa sta parlando? ".

"Posso farlo, capisce? Potrei mettere in moto la ruggine stasera stessa, se volessi".

L'ufficiale scoppiò a ridere. "Lei sta scherzando ".

"Non mi sogno neanche. Volevo venire io da lei a parlare. Sono lieto che mi abbia chiamato. È da anni che lavoro a questa mia invenzione, è il sogno della mia vita. Ha a che fare con la struttura di certi atomi. Se si studiano attentamente, si scopre che la sequenza degli atomi nell'acciaio obbedisce a una regola precisa. Quello che cercavo io era un fattore che mettesse scompiglio negli atomi. Come sa, io sono laureato in fisica e metallurgia. L'idea da cui sono partito è che esiste nell'aria, in ogni momento, una sostanza ossidante. È il vapore acqueo. Ho trovato il modo di dirigerlo a colpo sicuro. Un raggio di vapore acqueo concentrato. Non lo dirigerò contro ogni tipo di metallo, naturalmente. La nostra civiltà è fondata sull'acciaio e io non vorrei certo distruggere la maggior parte degli edifici. Mi limiterei a eliminare i cannoni e i proiettili, i carri armati, gli aerei, le navi da guerra. Posso adattare la macchina anche al rame, all'ottone e all'alluminio, se necessario. Basta che passi vicino a quelle armi per farle disgregare".

Il generale guardava il sergente con gli occhi fissi e la bocca aperta. Gli si leggeva in faccia un pensiero preciso: "Hanno proprio ragione, è completamente matto! ". Infilò una mano nella tasca interna della giacca e ne trasse una costosa penna a sfera il cui cappuccio era costituito da una pallottola di fucile. Tolse il cappuccio e cominciò a riempire un modulo. "Voglio che porti questo al dottor Mattei e che si faccia visitare dalla testa ai piedi. Non che sospetti niente di male, sia chiaro. Ma non sente anche lei il bisogno di rivolgersi ad un medico?".

 

Un mucchietto di polvere finissima

"Lei pensa che io stia mentendo a proposito della macchina", ribatté il sergente. "Invece non mento. È così piccola che la si può nascondere in un pacchetto di sigarette, ma ha un raggio d'azione di millecinquecento chilometri. Potrei coprire l'intero paese in pochi giorni, adattando la macchina ad un certo tipo d'acciaio. Le altre nazioni non potrebbero approfittarne, perché farei subito arrugginire le loro armi se tentassero di invaderci. Nel giro di un mese il mondo intero sarebbe liberato per sempre dalla guerra. Non so come sono riuscito a inventare la macchina. È impossibile, a prima vista. Ma dicevano impossibile anche la radio e l'aeroplano. Nessuno pensa che potrà mai esserci la pace. Ma la pace verrà".

"Vada subito a farsi visitare dal dottor Mattei ", disse in fretta l'ufficiale.

"No. Lascio la base entro pochi minuti. Ho un lasciapassare".

Il sergente aprì la porta dell'ufficio e uscì.

L'uscio si richiuse e l'ufficiale rimase solo. Sospirò. Si strofinò le mani sugli occhi. Poi trillò il telefono. Rispose con voce assente.

"Oh, salve, dottore. Stavo proprio per chiamarla". Una breve pausa. "Quel sergente è matto da legare. Volevo mandarlo da lei. Può andare in giro così? Ah, è innocuo. Se lo dice lei, dottore. Probabilmente ha bisogno di riposo, di un lungo riposo. Il povero ragazzo ha delle allucinazioni piuttosto interessanti. Sì, sì. Un vero peccato. Ma sono i guai che combina una guerra così lunga, immagino ".

Cominciò a parlare il medico.

Il Generale stette ad ascoltarlo annuendo. "Voglio prendere un appunto. Aspetti un istante". Si infilò la mano nel taschino per prendere la penna. Niente. Si passò le mani in tasca. Si mise a perlustrare tutti i cassetti. Ricontrollò il taschino del giubbotto. Niente. Poi infilò lentamente le dita nel taschino, fino in fondo. Fra il pollice e l'indice afferrò un pizzico di qualcosa.

La sparse sulla scrivania: un mucchietto di polvere finissima, ruggine color arancione.

Restò immobile a guardarla per qualche secondo. Poi afferrò il telefono di servizio. "Pronto, posto di guardia, ascoltatemi. C'è un uomo che vi passerà davanti da un momento all'altro, lo conoscete, il sergente Hollis. Fermatelo, sparategli addosso, uccidetelo se è necessario, non fategli domande, è il comandante che vi parla. Sì, uccidetelo, avete sentito bene! ".

"Ma, signore", disse una voce sconvolta all'altro capo della linea. "Non posso, proprio non posso... ".

"Come sarebbe a dire che non può, maledizione! ".

"Il fucile si è polverizzato... ".

Il Generale sprofondò nella poltrona. Per mezzo minuto rimase inerte, boccheggiante.

Fuori, in quel momento, gli hangar si stavano sbriciolando in soffice polvere dorata, i bombardieri venivano portati via dal vento in una nuvola di ruggine rossiccia, i carri armati stavano sfaldandosi. Anche le autoblindo si stavano dissolvendo in sbuffi di polvere, i loro autisti si trovavano improvvisamente a sedere sull'asfalto ancora con i pugni chiusi intorno ad un volante che non c'era più.

"Ascoltatemi, ascoltatemi ", urlò l'ufficiale. "Inseguitelo, prendetelo con le mani, strozzatelo con i pugni, pestatelo con i piedi, ma prendete quell'uomo! ". Riappese il ricevitore.

Istintivamente aprì di scatto l'ultimo cassetto della scrivania per prendere la pistola. Un mucchi etto di ruggine bruna riempiva la fondina nuova di cuoio. Balzò in piedi.

Mentre usciva dal suo ufficio afferrò una sedia. È di legno, pensò. La scaraventò due volte contro il muro e la sedia andò in pezzi. Raccolse una delle gambe, la impugnò con forza, il volto rosso di eccitazione e rabbia, il respiro che gli usciva affannoso dalle narici, la bocca spalancata. Si percosse il palmo della mano sinistra con la gamba della sedia, come per provarla. "Va bene, a noi! ".

Si precipitò all'aperto con un urlo sbattendo si la porta dietro le spalle.

Come finirà questa storia? Il Generale raggiungerà il sergente e lo fermerà con la sua clava? O il sergente riuscirà a polverizzare tutte le armi del mondo? Provateci voi ad inventare un finale.


NATALE AL FRONTE

 

Nel dicembre 1914 inglesi e tedeschi si fronteggiavano da due trincee separate da una striscia di terra brutta e piatta, divisa al centro da filo spinato.

Di tanto in tanto delle sagome avanzavano furtivamente nella "terra di nessuno", ma la maggior parte dei soldati si trovava più basso dell'orizzonte a sopportare il fango e l'acqua che stagnavano nelle trincee, intenti solo ad evitare il fuoco del nemico.

La Vigilia di Natale, l'aria era fredda e piena di nebbia. Improvvisamente dei soldati inglesi stupefatti videro delle luci avanzare lungo le trincee nemiche. Poi venne l'incredibile suono di un canto. I soldati tedeschi cantavano "Stille Nacht". Quando il canto cessò i soldati inglesi risposero con "First Christmas".

Il canto da entrambe le parti durò per un'ora. Poi una voce invitò tutti a superare le linee. Un tedesco con grande coraggio uscì dalla trincea, attraversò la "terra di nessuno" e scese nella trincea inglese. Altri commilitoni lo seguirono, con le mani in tasca per dimostrare che erano disarmati.

"Io sono un sassone e voi degli anglo-sassoni. Perché mai combattiamo?" chiese.

Nell'alba limpida e fredda del giorno di Natale non ci fu nessuna sparatoria. Gli uomini avevano stabilito fra loro di dichiarare la pace.

"Uno spirito più forte della guerra era all'opera quella notte", commentò un osservatore.

I comandanti di entrambe le parti non approvarono. Essi sapevano che l'amicizia fra nemici dichiarati avrebbe impedito la guerra. Ma la tregua continuò. Perfino gli uccelli selvatici, che tanto tempo prima occupavano il rumoroso campo di battaglia, ritornarono e furono nutriti dai soldati.

Se gli uomini avessero potuto obbedire alloro desiderio di amicizia e di pace e la tregua non fosse finita subito dopo Natale, sarebbero stati salvati 9 milioni di uomini.

Un soldato inglese che aveva preso parte a quella memorabile pace natalizia morì all'età di 85 anni.

Fino alla fine dei suoi giorni non poteva sentire "Stille Nacht" senza che le lacrime gli rigassero le guance.

Si ricordava degli amici tedeschi che aveva avuto in quel giorno di Natale e che, per quanto ne sapeva, aveva poi ucciso nei giorni che seguirono.


LA MERAVIGLIOSA STORIA DELLE DOLCICOCCOLE

 

Una volta, tanto tempo fa, c'era una terra dove la gente viveva felice. Tutti erano amici, si volevano bene, giocavano insieme e si aiutavano. Erano gentili, cordiali, premurosi. Anche per la strada, anche quando c'era la coda da fare all'ufficio postale e anche nell'atrio della scuola.

Naturalmente c'era un segreto.

Allora, alla nascita, ogni bambino riceveva un sacchetto pieno di dolcicoccole. Non si sa quante ce n'erano in ogni sacchetto perché non era possibile contarle. Ma apparentemente erano inesauribili. Tutte le volte che una persona metteva la mano nel sacchetto, trovava sempre una dolcecoccola.

Le dolcicoccole erano molto apprezzate. Tutti quelli che le ricevevano si sentivano pieni di dolcezza e di calda simpatia. Coloro che non ne ricevevano, finivano per prendersi il mal di schiena, appassivano, talvolta morivano.

In quel tempo, però, era facile procurarsi delle dolcicoccole. Quando uno ne aveva voglia, si avvicinava a un altro e domandava: "Vorrei una dolcecoccola! ". L'altro tuffava la mano nel suo sacchetto e ne traeva una dolcecoccola delle dimensioni di una mano di bambina. Appena fuori, la dolcecoccola cominciava a sorridere e sbocciava in una grande, tenera, soffice, morbida, calda dolcecoccola.

Chi la riceveva la strofinava dolcemente sul cuore, sulle guance o sulle braccia e subito si sentiva invadere da un'ondata di calore e di benessere piacevole nel corpo e nell'anima. La gente si scambiava continuamente dolcicoccole e, dal momento che erano assolutamente gratuite, se ne potevano avere a volontà. Così quasi tutti vivevano felici, e si sentivano teneri e caldi.

 

Belzefà la terribile

"Quasi" tutti. C'era qualcuno che non era affatto contento di vedere la gente scambiarsi dolcicoccole. Si chiamava Belzefà, una strega perfida e perennemente rabbiosa.

Uomini, donne e bambini erano cosi felici, che non compravano più i suoi filtri e le sue pozioni. Gli affari andavano a rotoli e la terribile Belzefà architettò un piano diabolico.

Un mattino, piombò nel mezzo di una famigliola. Si accostò al papà che leggeva il giornale e gli indicò la moglie che stava coccolando la bambina più piccola.

"Non vedi tutte le dolcicoccole che tua moglie sta donando alla bambina? Se va avanti cosi, non ce ne saranno più per te! ", sussurrò Belzefà.

L'uomo si preoccupò: "Vuoi dire che a forza di donarle agli altri non ci saranno più dolcicoccole nel nostro sacchetto? ".

"Certo", rispose la strega. "A un certo punto fine, stop, the end!".

E ripartì ghignando a cavallo della sua turboscopa.

Il papà prese sul serio le parole di Belzefà. Da quel momento; ogni volta che vedeva la moglie dare dolcicoccole ai bambini si sentiva triste e inquieto. E se la strega aveva ragione? Ne parlò alla moglie. E anche lei si spaventò. Bisognava assolutamente economizzare le dolcicoccole. Dopo un po' anche i bambini cominciarono a osservare attentamente i genitori e ad essere preoccupati quando li vedevano sprecare qualche dolcecoccola con degli estranei.

In poco tempo quel paese felice cambiò. Il piano diabolico di Belzefà funzionava. Le persone non tuffavano più allegramente la mano nel sacchetto delle dolcicoccole. Lo facevano sempre di meno e diventavano ogni giorno più avare. Ben presto tutti sentirono la mancanza delle dolcicoccole e il paese divenne meno caldo e meno dolce. Uomini, donne e bambini smisero di sorridersi, di essere gentili, di aiutarsi. Qualcuno appassì, qualche altro morì per mancanza di dolcicoccole. Molti ripresero la via che portava al negozio di Belzefà per acquistare filtri d'amore e pozioni magiche.

La situazione peggiorò. La perfida Belzefà, però, non voleva che la gente morisse. Una volta morti, non avrebbero potuto comprare i suoi filtri.

Così mise a punto un nuovo piano.

 

Un sacchetto quasi uguale

Distribuì a tutti un sacchetto che assomigliava moltissimo a un sacchetto da dolcicoccole, tranne che era freddo, mentre quello delle dolcicoccole era caldo.

In questo sacchetto, Belzefà, aveva messo degli aspri pungenti. Gli aspri pungenti non rendevano caldi e teneri coloro che li ricevevano, ma li irritavano e li facevano diventare sospettosi e vendicativi. Tuttavia era meglio di niente, e impedivano alla gente di appassire troppo in fretta.

Da quel momento, se qualcuno diceva: "Vorrei una dolcecoccola", quelli che temevano di esaurirle rispondevano: "Non posso darti una dolcecoccola; lo vuoi un aspro-pungente?".

Dappertutto la gente cominciò a scambiarsi aspri pungenti. Anche nelle famiglie, tra mamme e papà, tra genitori e figli. Per la strada, a scuola, nelle fabbriche e negli uffici. Tutti erano più irritati, freddi, pungenti, imbronciati e astiosi.

Qualcuno arrivava al punto di truccare gli aspri pungenti con qualche piuma e batuffoli di ovatta. Chi li riceveva si illudeva per un attimo; ma quando se li passava sulle guance e sul cuore sentiva solo freddo e tristezza.

 

Una dolce fanciulla

Ma successe un fatto straordinario. Una fanciulla dagli occhi pieni di luce e un sorriso dolce e limpido arrivò in quel triste paese. Pareva proprio che non avesse mai sentito parlare della perfida strega e distribuiva dolcicoccole a piene mani, senza paura che le venissero a mancare. Le offriva gratuitamente, anche se nessuno gliele domandava.

Molti si accigliarono e la disapprovarono apertamente, perché insegnava ai bambini a regalare dolcicoccole senza pensare che avrebbero potuto esaurirsi. I bambini la amavano tantissimo, perché si sentivano davvero bene con lei. E si misero a distribuire dolcicoccole tutte le volte che ne avevano voglia.

I grandi fecero una legge per impedire di sprecare le dolcicoccole a destra e a sinistra. Ma i bambini continuarono. E continuano. E siccome sono più numerosi dei grandi, forse riusciranno a vincere loro.

Per saperlo, dovete solo guardarvi intorno.


IL GIORNO DEGLI UOMINI VERDI

Un giorno, il buon Dio fece più o meno questo discorso davanti all'assemblea degli angeli e degli arcangeli, dei cherubini e dei serafini: "Avevo detto agli uomini: amatevi gli uni gli altri, e invece si detestano, perché non sopportano le loro differenze. Arrivano addirittura ad ammazzarsi tra loro perché non hanno lo stesso colore della pelle. Ho deciso di impartire loro una buona lezione. Ordino che a partire dal 15 agosto 2001 tutti gli esseri umani abbiano la stessa pelle verde-mela, colore della speranza. Inoltre, ordino ancora che diventino tutti perfettamente uguali, come se fossero tutti gemelli. Così ogni neonato assomiglierà a tutti gli altri neonati, una donna di trentacinque anni sarà perfettamente simile a tutte le donne di trentacinque anni del mondo, e così via".

"Alleluia! Alleluia! ", cantarono gli angeli e gli arcangeli, i cherubini e i serafini, felici che Dio avesse finalmente preso una decisione per quel mondo che, a loro parere, andava di male in peggio.

 

"lo sono l'altro e l'altro è me"

Il 15 agosto 2001, il professor O'Neil, premio Nobel per la biologia, si svegliò di soprassalto. Scese dal letto di cattivo umore e si guardò macchinalmente allo specchio dell'armadio. Rimase a bocca aperta: l'immagine nello specchio non era la sua, ma quella di un uomo color verde-mela che non aveva la sua corporatura, né i suoi capelli, né il suo naso, né la sua bocca... Il professor O'Neil corse sotto la doccia, si insaponò ben bene con l'acqua calda, si strigliò con tutte le sue forze con un panno ruvido. Ma più si frizionava, più la sua pelle era verde-mela. È un incubo, è solo un brutto sogno", mormorò. Ebbe un'altra sorpresa: la sua voce, la sua bella voce profonda di cui era tanto fiero, non era più la "sua" voce. Corse a chiamare la moglie. "Anna, Anna". La guardò. Non era Anna, era una donna che non conosceva. Con la pelle verde-mela.

Si accasciò su una sedia. In quel momento suonò il campanello. Sentì una voce che gridava: "Sono io, il professor Simuhawa" .

O' Neil non riconobbe la voce del suo vicino giapponese e quando aprì la porta si trovò davanti un altro... se stesso. Solo il verde era un po' più tenero, perché Simuhawa aveva cinque anni meno di lui. I due uomini si guardarono per un istante e poi scoppiarono a ridere fino alle lacrime.

Scene simili avvenivano in tutto il mondo. Milioni e milioni di uomini e donne si guardavano increduli allo specchio, telefonavano alle televisioni, alle radio, agli ospedali, ai vigili del fuoco. Ma nessuno rispondeva. Erano tutti occupati a considerare la nuova incredibile realtà: io sono l'altro e l'altro è me. Allora io non ho più identità. La preoccupazione e il panico della gente divenne naturalmente anche quello dei governi. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, e quello dell'Unione Sovietica, Vladimir Putin si telefonarono con il loro telefono speciale.

"Dì un po', George", disse Putin. "Hai cambiato voce?".

"Anche tu, a quanto sento", rispose Bush.

Quando si videro in televisione scoprirono che anche loro due erano identici e color verde-mela. Fecero un comunicato congiunto: "I presidenti di Stati Uniti e Unione Sovietica affermano che loro non c'entrano, ma che faranno di tutto per scoprire i colpevoli e rimettere tutto a posto".

Alle 9 e 45, i passeggeri di un aereo egiziano che era decollato da Atene furono presi in ostaggio da quattro "pirati dell'aria" color verde-mela. Armati di pistole e bombe, i quattro reclamavano la liberazione di un prigioniero palestinese detenuto in Israele. Uno di essi raccolse tutti i passaporti dei passeggeri, mentre un altro diceva: "Se il prigioniero non sarà subito liberato, noi uccideremo un passeggero all'ora. Prima gli israeliani, poi gli americani, gli inglesi e così via... ". In quel momento i quattro compresero l'errore: tutti i passeggeri erano uguali e verde- mela, le fotografie dei passaporti ammucchiati non corrispondevano a nessuno. Furioso, uno dei terroristi urlò: "Si alzino gli israeliani!". Naturalmente non si alzò nessuno. Un'irrefrenabile risata scosse gli ostaggi e l'equipaggio disarmò i quattro, che avevano solo voglia di piangere.

In Sud Africa le cose precipitarono. I camerieri e le cameriere negre fecero sparire passaporti e carte d'identità dei loro padroni bianchi. Dopo mezz'ora nessuno sapeva più chi era bianco e chi era nero: ristoranti riservati ai bianchi erano pieni di avventori verde-mela e quelli riservati ai neri pure.

 

Un "non so che" piccolo piccolo

Nei giorni seguenti le cose peggiorarono. Alla televisione erano arrivati duecento giovanotti verde- mela che gridavano: cc Fatemi passare, sono Pippo Baudo! ". Furono tutti sbattuti fuori, compreso il povero Pippo Baudo autentico.

Tutte le mattine al Quirinale migliaia di persone arrivavano di corsa per sedersi sulla poltrona del Presidente della Repubblica, gridando: Ciampi sono io! Ciampi sono io! ".

Nella scuola di Torricella, la seconda media B era in piena crisi. Liliana Melli, che era la più carina della classe, non aveva più lacrime da versare da quando aveva scoperto di essere uguale, ma proprio uguale, alle altre ragazzine della classe. Giorgio Lotti, il più muscoloso e sportivo, non sopportava l'idea di essere tale e quale le" schiappe" della scuola.

Tutti i sistemi inventati per distinguere gli uomini - divise, distintivi, adesivi, tatuaggi - non servivano a niente.

Molti stati cominciarono a vivere nella paura. Non si sapeva bene chi apparteneva a una nazione e chi a un'altra. Israeliani e Palestinesi non combattevano più perché i soldati si erano mescolati e non sapevano più chi era nemico e chi no. Così tutti guardavano in cagnesco tutti. Tutti sospettavano di tutti. Malgrado le esortazioni del papa: "Siete tutti fratelli, amatevi come fratelli ", sembrava che il mondo stesse tornando allo stato selvaggio.

Il professor D'Neil si ricordò di essere probabilmente il miglior biologo del pianeta. Radunò tutti i suoi colleghi, tutti i premi Nobel viventi, i più grandi scienziati della Terra. Cominciò un periodo intensissimo: fisici, chimici, astronomi, chirurghi, sociologi, etologi e studiosi di ogni tipo misurarono, pesarono, analizzarono con le macchine più perfette e fantastiche inventate dall'uomo. Arrivarono alla conclusione che tutto il loro sapere, di cui erano tanto fieri, non serviva a niente. Il fenomeno verde-mela era un mistero troppo grande per loro. Un "non so che" umile umile si fece strada nei loro cuori.

Era un piccolo "non so che", ma al buon Dio bastò. E diede ordine che sulla Terra, tutto tornasse come prima.

Fu come una nuova nascita per tutti. Felici come pasque, uomini e donne si raccontavano le semplici verità che avevano dimenticato. Per esempio, che ogni uomo è differente e unico e, di conseguenza, senza prezzo. Ancora, che la specie umana, nella sua infinita varietà, è bella più ancora delle nuvole del cielo o del canto degli uccelli. Come erano belli, ora, gli europei biondi e gli indios colore del rame; gli occhi celesti, verdi, neri; gli irlandesi con i capelli rossi e gli arabi con i baffi neri; come erano eleganti i masai africani, come erano flessuose le indiane dallo sguardo profondo... "Benvenute differenze! Benvenuti stranieri! Non mi fate paura... ". Sull'intero pianeta la gente si abbracciava. Tutti si sentivano diversi e simili come fiori in un prato a primavera. E finirono le guerre, perché finirono tutti i fanatismi razziali, ideologici, politici, religiosi.

Non finirono i problemi, ma si cercò per ognuno una soluzione pacifica.

"Alleluia! Alleluia! ", cantarono angeli e arcangeli, cherubini e serafini.

Naturalmente questa è una storia inventata. Ma... e se domani ci svegliassimo tutti identici con la pelle verde- mela?


IL FIUME SENZA PONTE

 

C'erano una volta due paesini, uno sulla riva destra e l'altro sulla riva sinistra di un fiume. Il paese a destra si chiamava Riano Dilà, quello a sinistra Riano Diqua.

Il fiume che scorreva in mezzo, quasi sempre placido e tranquillo, si chiamava Orco. Un nome feroce, dovuto solo al fatto che un tempo nella sua sabbia si era trovato l'oro. Ma poteva riferirsi anche ai riflessi dorati delle sue acque al tramonto.

Il fiume non poteva essere attraversato. Non che fosse così difficile, ma non esistevano ponti e, soprattutto, nessuno ci provava.

Perché quelli di Riano Dilà odiavano con tutte le loro forze gli abitanti di Riano Diqua. Quando qualche dilaese vedeva qualche diquaino sull'altra riva del fiume, come prima cosa lo investiva con coloriti insulti e poi, esaurite le parolacce, incominciava a tirare pietre. Chi stava sull'altra riva faceva la medesima cosa. Le pietre non arrivavano mai da una riva all'altra, per fortuna. Facevano "pluf!" "pluf! nell'acqua.

Era diventato un rumore abituale. Quando si sentivano dei "pluf! ", significava che qualcuno si era avvicinato troppo alla riva. Anche i bambini, quando d'estate si tuffavano nell'acqua chiara dell'Orco, non passavano mai la metà del fiume. Le rare volte che succedeva, i piccoli dilaesi e i piccoli diquaini se le suonavano di santa ragione.

Quelle sere si sentiva il rumore dei cerotti e degli impacchi sia di qua che di là dell'Orco, che si girava nel suo letto di sabbia, brontolando appena.

 

I due musei

I due paesi avevano un municipio, un sindaco, un'osteria e, caratteristica singolare, un museo.

Anche se entrambi i musei, formati da un'unica minuscola stanzetta, custodivano un solo reperto prezioso. Dentro una teca di vetro a prova di topo e formiche, nel museo di Riano Diqua c'era una botticella d'argento, nel museo di Riano Dilà un boccale d'argento. Per questo sul gonfalone di Riano Diqua troneggiava una botticella, mentre sul gonfalone di Riano Dilà campeggiava un boccale.

Antiche leggende di Riano Diqua raccontavano che la botticella d'argento era fatata: poteva versare vino senza svuotarsi mai. In realtà, quando era stata ben scossa, aveva versato solo un po' di polvere e un ragnetto seccatissimo per essere stato disturbato durante la siesta.

Le antiche leggende di Riano Dilà sostenevano che il massiccio boccale d'argento, simbolo e orgoglio del paese, era veramente prodigioso. Chiunque lo avesse accostato alle labbra avrebbe potuto bere a sazietà il vino più buono della Terra. In realtà, tutti quelli che avevano provato a bere dal boccale d'argento avevano percepito solo l'amaro sapore del nulla.

Questo non impediva alla popolazione dei due paesi di vantare la superiorità del proprio oggetto fatato.

Erano successi anche fatti incresciosi, rimasti in gran parte ancora nell'ombra del mistero.

Una notte infatti un gruppo di robusti giovanotti di Riano Diqua aveva deciso di fare una spedizione punitiva a Riano Dilà e portare via l'orgoglio dei dilaesi: il famoso boccale d'argento. Si erano infilati dei passamontagna neri e sui gommoni dei pompieri erano sbarcati di notte sulla riva di fronte.

Il caso aveva voluto che nello stesso istante, una banda di giovanotti di Riano Dilà avesse avuto la stessa idea. Mascherati di nero, sui barchini dei pescatori erano sbarcati a Riano Diqua per andare a rubare la botticella d'argento.

La notte prescelta era stata buia e tempestosa, cosicché le due criminose imprese avevano avuto esito felice.

In un primo momento nei due municipi si era fatta festa grande per la buona riuscita del furto, e i giovanotti erano stati felicitati da tutti. Ma il giubilo non era durato a lungo, perché dopo un po' tutti si erano accorti di avere semplicemente pareggiato.

"Sono delinquenti! ", gridava il sindaco di Riano Diqua. "Prova ne sia che non rifuggono nemmeno dal furto".

"Sono banditi! ", strepitava il sindaco di Riano Dilà. "La dimostrazione è che non esitano nemmeno a rubare nei musei".

"Abbasso i diquaini! ", si strillava sulla riva destra del fiume.

"Abbasso i dilaesi!", si urlava sulla riva sinistra.

In un battibaleno erano state preparate due nuove spedizioni: due gruppi di giovani disposti a tutto pur di ricuperare il simbolo perduto dei rispettivi paesi. In una notte illuminata solo a tratti dai fulmini di un violento temporale, i due gruppi avevano di nuovo attraversato il fiume e riconquistato gli uni la botticella e gli altri il boccale. Così tutto era tornato come prima.

Le uniche conseguenze erano state alcune ammaccature in più, sulle teste e sull'orgoglio. Per il resto, dilaesi e diquaini continuavano a detestarsi e a farsi dispetti con tutto il cuore.
L'argenteo abbraccio del fiume

In mezzo, placido e tranquillo, scorreva il fiume. Almeno fino ad un certo autunno. Quell'anno cominciò a piovere alla fine di settembre.

In principio era la solita pioggia autunnale, fresca e dolcemente malinconica.

A metà ottobre, il cielo cominciò invece a rovesciare torrenti d'acqua e il buon vecchio Orco fu costretto ad uscire dal suo letto. L'acqua invase i campi vicini alle rive, poi, lemme lemme, arrivò nei paesi.

"Prima o poi smetterà di piovere ", pensavano a destra e a sinistra, anche se non essendoci più le rive del fiume, era difficile capire dove cominciavano e finivano la destra e la sinistra.

Non smise.

L'acqua che scendeva dai monti gonfiava il fiume che allagò il pian terreno delle case. La gente si rifugiò ai primi piani, nelle soffitte e sui tetti.

Quando finalmente tornò il sereno, i due paesi si scoprirono uniti dall'abbraccio argenteo dell'acqua.

La straordinaria alluvione, però, aveva provocato un fatto singolare.

I sindaci avevano organizzato delle squadre di salvataggio per portare all'asciutto i concittadini e i loro animali. Le squadre si muovevano con gommoni, barche, barchette e tutto ciò che rimaneva a galla. Ma siccome non era facile governare le imbarcazioni, ognuna salvava i primi che trovava. Cosi barche dilaesi avevano caricato diquaini e viceversa. Il fatto singolare è che nessuno ci aveva fatto caso.

Ultimi, sul tetto dei rispettivi municipi, attaccati all'antenna della televisione, rimasero i due sindaci. Ognuno stringeva tra le braccia il simbolo del paese. Il sindaco di Riano Diqua la botticella; il sindaco di Riano Dilà il boccale.

Erano tutti molto stanchi. A prendere i sindaci andò una barca sola.

Riluttanti fino all'ultimo, con una smorfia significativa, i due sindaci si sistemarono uno vicino all'altro. Senza smettere per questo di guardarsi rigorosamente in cagnesco.

Il fiume aveva incominciato a ritirarsi e, a tratti, si formavano dei gorghi e delle rapide. Una di queste fece inclinare paurosamente la barca e gli augusti passeggeri comunali ruzzolarono poco dignitosamente uno sull'altro.

Fu così che accadde.

La botticella e il boccale sfuggiti alle mani dei due sindaci cozzarono una contro l'altro. In quel preciso istante dalla botticella sgorgò un fiotto di vino rosso e profumato che riempì il boccale.

Lo assaggiarono. "Perbacco! ", esclamarono quasi all'unisono. Era il vino più buono della Terra. Finalmente capirono. Ridendo si abbracciarono. I loro concittadini che li guardavano da lontano, in qualche modo intuirono l'accaduto, e tutti insieme gridarono: "Urrà!".

La giornata si concluse con una bevuta colossale. Ogni volta che il boccale era avvicinato alla botticella si riempiva di quel vino fatato, che metteva allegria, non dava alla testa e scaldava il cuore.

Oggi, l'Orco scorre placido e tranquillo, le sue rive sono unite da un bellissimo ponte. Al centro del ponte sono sistemate una botticella e un boccale d'argento. Basta accostare il boccale alla botticella per vedere sgorgare un vino buono e frizzante.

E per trovare il posto, basta cercare sulle carte geografiche il nome di Riano. Semplicemente.


BENIAMINO

 

Beniamino era un bambino delizioso. Quando sgambettava nella culla, in mezzo alle lenzuoline e le coperte di raso celesti, sembrava proprio un angioletto.

La mamma, il papà, le nonne e le zie non si stancavano di vezzeggiarlo e di ripetergli tante parole dolci e carine.

La nonna materna diceva: "Guardate che piccole graziose orecchie che ha, e come ci sentono bene! Certamente diventerà un grande musicista".

La nonna paterna, per non essere da meno incalzava: "Osservate piuttosto la sua adorabile boccuccia e come dice bene 'nghée, 'nghée. Sicuramente diventerà un grande poeta".

La zia Clotilde cinguettava: "Macché, macché! Sono i piedini che devono essere ammirati: sarà un grandissimo ballerino, ve lo dico io che me ne intendo ".

A sentire tutti questi complimenti, i genitori di Beniamino andavano giustamente in sollucchero, con il cuore gonfio d'orgoglio paterno e materno.

Beniamino cresceva un po' capriccioso, ma papà, mamma, nonne e zie si consolavano facilmente dicendo: "Sono tutti così, da piccoli ".

Così arrivò, anche per Beniamino, il momento di varcare, con aria baldanzosa e lo zainetto nuovo, il portone della scuola elementare.

Cattivo e prepotente

I primi tempi furono felici. Beniamino si comportava come tutti gli altri: non era più gentile né più maleducato dei suoi compagni. Ma con il passare del tempo, la situazione peggiorò.

Beniamino cominciò a trasformarsi. Piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse, divenne cattivo e prepotente. Si divertiva a far cadere dalla giostra i bambini più piccoli; giocando a calcio nel cortile scalciava più gli avversari che il pallone; trovava sempre qualcuno con cui litigare. Faceva la "spia" per farsi bello con la maestra. "Dov'è finito il mio bell'angioletto? ", si disperava la mamma di Beniamino, davanti alle note che i maestri gli scrivevano sul diario.

"Uffa! ", sbuffava Beniamino. "Ce l'hanno tutti con me! ".

Prometteva di migliorare, ma il giorno dopo se n'era già dimenticato.

Alla Scuola Media le cose non migliorarono. Beniamino diventò un attaccabrighe impertinente. Imparò a tempo di record tutte le peggiori parolacce e non si faceva certo pregare a ripeterle, specialmente sull'autobus, tanto per sembrare "più grande".

Le mamme del quartiere minacciavano i figli: "Guai a te se ti vedo con Beniamino: è un ragazzaccio! ".

Se qualcuno raccontava barzellette sporche, Beniamino era il primo ad ascoltare. Se c'era da prendere in giro o canzonare qualcuno, Beniamino era del numero.

Aveva pochi amici, ma tutti della sua risma. La loro impresa preferita era riuscire a rubacchiare qualcosa ai supermercati e poi scappare. Anche la zia Clotilde, che pure gli voleva bene, si beccò una rispostaccia così volgare, che per il dispiacere fu costretta a mettersi a letto.

"Ma se fanno tutti così", continuava a ripetere Beniamino, quando qualcuno lo rimproverava.

La cosa strana cominciò quando compì i quattordici anni. E questa volta Beniamino cominciò a preoccuparsi per davvero.

Un roboante raglio

Durante l'adolescenza il corpo cambia, ma lo specchio rivelava a Beniamino che in lui avvenivano dei cambiamenti inconsueti. Le sue orecchie si allungavano sempre di più, appuntite verso l'alto, e prendevano una strana grigia pelosità. I suoi piedi gli prudevano spesso e soprattutto non sopportavano più né calze né scarpe. Prendevano anch'essi uno strano colorito grigiastro, finché un giorno si trasformarono in due zoccoli d'asino.

Beniamino li guardò inorridito. Ma invece di dire: "Che cosa mi succede? ", si mise a ragliare come un asino: "Ih-ah! Ih-ha! ". A quel roboante raglio, tutti i suoi parenti accorsero. Il povero Beniamino, con le lacrime agli occhi, non sapeva spiegarsi.

"È nell'età del cambiamento di voce", disse zia Clotilde, ma non ci credeva neppure lei.

Una cosa era certa. Con quelle orecchie e quegli zoccoli da asino, per non parlare della voce, Beniamino non poteva tornare a scuola.

"Dobbiamo cercare un medico, il più grande che c'è. Ti saprà certamente guarire ", disse il papà.

Cercarono sulle Pagine Gialle, ma non trovarono nessun medico specializzato nella cura di ragazzi che diventano asini.

Così un mattino freddo e nebbioso, Beniamino lasciò i suoi genitori e la sua casa. Andava per il mondo a cercare qualcuno che lo guarisse da quella strana malattia che fa diventare animali gli uomini.

La bella figlia del marchese

Beniamino attraversò il mondo da nord a sud e poi da est a ovest. Interrogò dottori, stregoni, sciamani, guaritori di tutti i tipi. Tutti erano molto gentili con lui, ma poi gli dicevano che le sue orecchie pelose erano molto utili contro il freddo, che i suoi zoccoli gli facevano risparmiare le scarpe e che la sua voce era comoda quando la nebbia era fitta fitta.

Passarono sette anni. Beniamino ora conosceva le lacrime, apprezzava la gentilezza, sapeva quanto ferivano i rifiuti e le villanie. Senza accorgersene, era diventato un altro.

Ma il suo problema rimaneva.

Stava per rassegnarsi al suo triste destino, quando giunse alla grande villa dei marchesi Bellaspina. Tutti quelli che vedeva però erano in lacrime. Piangevano il marchese e la marchesa, singhiozzavano le cameriere, gemeva il maggiordomo, uggiolavano i cani, si lamentavano i gatti. Uno spettacolo da strappare il cuore.

In un profluvio di lacrimoni, la marchesa spiegò a Beniamino il motivo di tanto dolore: "Ahinoi! La nostra bella Rosalia, nostra figlia, è stata rapita. L 'ha portata via il perfido Battistone e l'ha nascosta sulla Montagna del Diavolo, dove nessuno osa salire".

Beniamino si commosse: "Non piangete più. Andrò sulla montagna e la troverò".

La Montagna del Diavolo era aspra, ma Beniamino era più che mai deciso ad affrontare il bandito. Tendeva le sue lunghe orecchie d'asino per sentire anche il minimo rumore. Passando davanti all'imboccatura di una grotta nera e paurosa, percepì un flebile lamento. Coraggiosamente s'inoltrò nel nero imbuto dove svolazzavano i pipistrelli. Ora sapeva dove si trovava Rosalia.

Il bandito aveva disseminato sul terreno della grotta taglientissimi pezzi di vetro e chiodi affilati, ma, con i suoi zoccoli d'asino, Beniamino poteva correre, mentre con la sua voce roboante gridava continuamente: "Ih-ah! Ih-ah! ". Gridava con tutte le sue forze, sperando che Rosalia sentisse e gli rispondesse per guidarlo nei mille cunicoli della grande grotta nera. Tendeva le sue orecchie a destra e a sinistra, finché sentì chiaramente un singhiozzo. Sfregò un fiammifero su una pietra e vide Rosalia legata a un palo.

Com'era bella! Beniamino la slegò, poi fece un inchino e mormorò: "Buongiorno, madamigella, io mi chiamo Beniamino ". In quel momento si accorse che la sua voce era una bella voce baritonale, perfettamente umana.

Aveva talmente gridato che la sua voce d'asino si era rotta. Aveva talmente ascoltato che le sue orecchie d'asino erano cadute come foglie morte. I suoi zoccoli si erano talmente consumati sui pezzi di vetro e sui chiodi che erano spariti. Alloro posto c'erano due bei piedoni umani.

Al colmo della felicità, ma anche per paura di un improvviso ritorno di Battistone, Beniamino prese in braccio la bella Rosalia e fuggì più veloce che poteva, correndo con i nuovi piedi sul sentiero spianato dai suoi zoccoli.

Quando arrivò a Bellaspina tutti lo abbracciarono e baciarono. Anche Rosalia naturalmente che, per non essere da meno, lo sposò. Ebbero tre figli. Il primo fu ballerino, il secondo musicista e il terzo poeta. Perché Beniamino e Rosalia vegliarono attentamente che a nessuno di loro crescessero orecchie, zoccoli o voce d'asino.


 

 

IVAN, SARA E LA TERRIBILE MINACCIA

 

Caro Ivan, mi chiamo Akim Khon e ti scrivo per raccontarti la mia storia.

Sono un ragazzo di 11 anni e vivo nel villaggio di Zakir e Sharif nel distretto di Dand in Afghanistan.

Lo scorso Giugno stavo giocando con mio cugino, quando all'improvviso una      mina mi è scoppiata sotto il piede. Ho perso tutte e due le gambe e un dito della mano destra. Penso che le mine siano un pericolo per tutti. Aiutaci ad eliminarle.

Tuo, Akim Khan.

 

Ivan sobbalzò. si guardò intorno un pò intimorito, ma non c'era nessuno.

"Chi ha parlato?" chiese spaventato.

"Sono la Terra, per gli amici Tea. Guarda in basso e mi vedrai".

Ivan non aveva mai pensato che la Terra potesse parlare ed era molto stupito. Fissò l'erba, i sassi ed ascoltò.

"Io ti posso aiutare" continuò Tea. "Sai, conosco bene la tragedia delle mine e tutti i danni che questi ordigni provocano".

In un attimo, giusto il tempo di prendere sua sorella per mano,

si ritrovarono tutti e due, come per incanto, sospesi in aria,

sopra un bel tappeto di erba.

"Evviva!... Stiamo volando!", gridò esultante Ivan.

"Ma questa è una magia!", disse Sara con il cuore in gola.

"Dove stiamo andando?"

"Da Akim, naturalmente" , rispose Ivan tutto felice.

"In Afghanistan", gridò Sara.

"Ecco,siamo arrivati. E'proprio lì!" disse all'improvviso la Nuvoletta .

"Grazie,grazie infinite!" ripeterono i ragazzi.

"E' stata proprio una gran fortuna incontrarvi."

"Guarda,Sara!Quello deve essere Akim. Vieni,presto!"

"Ciao.Tu sei Akim, vero?"

"Sì... e voi da dove arrivate?"

"Io sono Ivan e questa è mia sorella Sara."

"Ciao. Allora avete ricevuto la mia lettera!Che bello!

"Sono proprio felice che siate venuti a trovarmi", rispose Akim.

"Qui intorno ci sono molte mine."

"Ma dove? Io non vedo nulla!"disse Ivan incredulo.

"Guarda", continuò Akim"vedi quei cartelli rossi con la scritta "DANGER"?

I cartelli indicano che questi sono campi minati.

Le mine sono nascoste tra i cespugli, sotto terra. Nessuno sa dove."

"Davvero ?...e perché non vengono tolte prima che esplodano?" chiese Ivan.

"Sai, lo sminamento è un' operazione molto difficile e rischiosa"

continuò Akim.

"Occorrono i Metal Detector per localizzare le mine e ci vogliono persone

specializzate per disattivarle".

"E immagino che ci vogliano anche molti soldi!",disse Sara. "E sì,proprio tanti".

"Ma allora qui non si può giocare all'aperto ?", domandò Ivan molto preoccupato.

"E' sempre un rischio",rispose Akim".

Sul tavolino accanto al suo letto c'era un piccolo cofanetto di legno. Akim si avvicinò e lo prese in mano.

"Voglio rivelarvi il mio segreto" ...e così lo aprì.

"Qui conservo lettere e messaggi di tanti bambini e ragazzi feriti, come me, dalle mine. Vengono dalla Cambogia, dalla Somalia, dall'Angola, dal Mozambico, dall'Etiopia, dalla Bosnia e dalla Croazia".

Akim mostrò ai ragazzi decine e decine di lettere scritte in lingue e caratteri diversi.

Qui bisogna fare qualcosa.Io ho un'idea", gridò all'improvviso Ivan.

"Andiamo a trovare tutti questi piccoli del mondo. Se non facciamo

qualcosa noi bambini, hai voglia ad aspettare i grandi!

Insieme sconfiggeremo le mine,ne sono certo".

"D'accordo", disse Akim, felice di mettersi in azione.

"Sarà proprio un lungo viaggio", disse Sara eccitata dall'idea.

Il giorno dopo i tre amici partirono all'alba, diretti in Cambogia per

andare a trovare Song Kosal e i suoi compagni. All'arrivo in Cambogia ci fu

una gran festa di accoglienza. Ivan, Sara ed Akim erano davvero stupiti,

perché era come se tutti stessero ad aspettarli. Poi Ivan prese la parola e disse, stringendo loro la mano: noi abbiamo un grande progetto. Vogliamo organizzare un' Assemblea mondiale per eliminare per sempre tutte le mine: l'assemblea dei piccoli del mondo.

Durante l'Assemblea mondiale dei piccoli,

 Sara e Ivan invitarono il grande monaco a dare loro un messaggio di

verità e di pace.Il venerabile monaco,alzandosi in piedi, disse:

"Dobbiamo decidere che fare la pace è più importante di fare la guerra.

Dobbiamo decidere che mettere al bando le mine è più importante di produrle,

o usarle", continuò il monaco con la sua voce profetica."Fare pace richiede saggezza, richiede altruismo.

Non c'è pace senza la totale messa al bando delle mine,di qualsiasi tipo".

I bambini espressero le loro idee:

"Feriti e stanchi della guerra siamo. Non più morte, ma vita vogliamo!"

"Il nostro sogno è semplice e profondo : le mine al bando, subito, in tutto il mondo!"

"La pace verrà, se ci sarà la solidarietà"

"Le mine sono armi assassine che seminano solo rovine!"

"Noi chiediamo la libertà di vivere, di giocare e continuare a sperare !"

...Quella notte , Ivan sognò che...

...ora scegli tu il finale...