Islam e Cristianesimo: un dialogo possibile?

15 Febbraio 2005, Robecco sul Naviglio

Relatrice: Elena Bolognesi

Elena Bolognesi si occupa di dialogo interreligioso, ha vissuto per sette anni in Siria, 
attualmente insegna arabo e collabora con Caritas Ambrosiana per progetti di cooperazione allo sviluppo in medio oriente.

Introduzione

In questo momento della nostra storia, la questione islamica tocca aspetti drammatici, problematici, che spesso ci coinvolgono personalmente.

Quando si parla di Islam, il problema fondamentale risiede nella nostra conoscenza del mondo islamico, che è parziale, mediata dai mezzi di comunicazione di massa e attraverso l’attualità: è molto più facile sentir parlare dell’aspetto negativo, dell’integralismo islamico, del terrorismo; è molto più difficile senti parlare degli aspetti positivi, dell’integrazione pacifica.

Al mondo ci sono più di un miliardo di musulmani, hanno ampiamente superato i cattolici e rappresentano una realtà molto significativa, che non è concentrata principalmente nel mondo arabo (medio oriente e Nord Africa), ormai la maggior parte dei musulmani sono nel Sud-Est asiatico e l’Islam del Sud-Est è diverso dall’Islam del mondo arabo.

Siamo abituati a concepirla come una realtà grande e monolitica. Quello che cercherò di farvi capire è che l’Islam è una realtà molto articolata. Si sentono spesso esemplificazioni del tipo: “noi e loro”. L’islam assume un volto diverso a seconda delle situazioni storiche, politiche, geografiche in cui si è sviluppato. Se vogliamo riferirci ad una comunità compatta, dobbiamo rifarci alla comunità di Maometto. Perché il primo grande scisma che ha creato i sunniti - 90% - e gli sciiti - restante 10% - si è verificato subito dopo la morte di Maometto e con la nascita dei califfi (califfo in arabo: successore, guida per la comunità). Il primo scisma è nato dal fatto che gli sciiti ritenevano che il legittimato ad essere successore di Maometto, avrebbe dovuto avere necessariamente un legame di sangue con Maometto stesso. Da subito l’Islam si spacca. E in realtà, lo sviluppo storico ha fatto sì che anche la teologia e la legge islamica si sviluppassero diversamente. Alcuni esempi: in Tunisia e in Turchia la poligamia è abolita; vi sono tribù africane islamizzate in tempi relativamente recenti, che accettano ancora la lapidazione delle adultere; in Libano la Costituzione permette ai musulmani di convertirsi ad altra fede, cosa impensabile in altri paesi, dove l’apostasia è il peccato più grave. Notiamo quindi come, a seconda del paese in cui ci spostiamo, l’Islam sia interpretato in maniera diversa. Questo ci deve aiutare a comprendere la complessità del mondo islamico, per evitare esemplificazioni.

L’Islam non è l’immigrato. Costui fugge dal proprio paese per ragioni economiche, politiche, e spesso e volentieri non appartiene a quella parte di Islam fortemente religiosa. Migrando verso un paese straniero porta con se la propria cultura e la propria religione, ma non è affatto detto che effettivamente l’immigrato sia praticante della sua religione. Capita di frequente di trovarsi in situazioni in cui si mette in discussione la religiosità dello straniero, e si arriva a dire “i musulmani non sono così religiosi”. Tuttavia, il primo passo necessario per il dialogo interreligioso è proprio quello di distinguere ciò che è la dottrina da ciò che è l’interpretazione della dottrina e distinguere l’immigrato che si trova nella particolare situazione dalla complessità della questione “Islam”. Sono piccole cose, ma sono fondamentali per la comprensione.

 

Il Corano e la questione del jihad

Il Corano, per i musulmani, non è paragonabile al nostro Vangelo. Il corano non è un libro rivelato, è la parola di Dio, dettata da Dio stesso a Maometto, tramite l’Arcangelo Gabriele. Questo fa già nascere un problema a livello dottrinale: con il Cristianesimo e l’Ebraismo si è sviluppata una scienza per lo studio dei testi sacri, per l’Islam questo è impossibile. Addirittura il corano non potrebbe essere tradotto in altre lingue, poiché la parola di Dio non può mai essere tradotta. Il Corano può quindi dare adito ad interpretazioni letterali più che per altri testi sacri. Per l’Islam l’interpretazione del Corano si ferma ad un certo punto e non permette di studiarlo alla luce dei tempi moderni. Oltretutto nel mondo islamico non c’è una gerarchia e un’autorità centrale. Solo per gli sciiti esiste una sorta di guida spirituale. Per i sunniti (la maggior parte dei musulmani) non c’è possibilità di mediazione tra Dio e l’uomo. Questa è un'altra difficoltà grossa, perché non c’è possibilità di controllo reciproco. Anche quando in televisione assistiamo a proclami di terroristi, l’interpretazione delle parole ascoltate è lasciata al singolo musulmano, in quanto non c’è una guida islamica che possa giudicare. La Chiesa cattolica è molto organizzata gerarchicamente, vi sono autorità precise, questo la aiuta a mantenere un certo rigore dottrinale. Con l’Islam non è possibile.

Il Corano è fatto di “sure”, rivelazioni che Maometto ha ricevuto. È difficile da leggere poiché non vi è un percorso storico. Le rivelazioni più antiche si trovano alla fine, non all’inizio. “Corano” significa “recitazione”, non a caso il musulmano lo impara a memoria. È nel Corano che compare il jihad. “Jihad”, non significa “guerra santa”. Esprime l’impegno, lo sforzo che il credente impiega per raggiungere i suoi obiettivi. Nel Corano vi è il “jihad grande” - percorso personale di ascesi: ciascun credente si impegna per eliminare dentro se stessi ciò che è negativo, ciò che è male - e il “jihad piccolo” - che significa effettivamente lotta contro gli infedeli. Ma gli infedeli non sono i Cristiani, bensì gli idolatri. I cristiani sono considerati “gente del libro”, gente protetta che ha ricevuto una rivelazione da Dio. Nel Corano inoltre si dice anche che il jihad piccolo deve essere di difesa e non dovrebbe mai scatenarsi contro donne, bambini e anziani. Queste cose contrastano con quello che si sente e si vede in televisione. Certo, esiste una corrente islamica che ha voluto trasformare il jihad nel sesto pilastro dell’Islam (i cinque pilastri su cui poggia l’Islam sono: la testimonianza di fede, la preghiera, il digiuno, l’elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca). Questa corrente è molto recente e nasce negli anni ‘20 del secolo scorso, in Egitto, con il gruppo dei “Fratelli Musulmani”. Ma non sono un miliardo di musulmani che vogliono considerare il jihad come il sesto pilastro, si tratta di una minoranza. La maggior parte dei musulmani non ha alcuna intenzione di fare la “guerra santa”.

 

Il problema dell’integralismo islamico

Sull’onda di un’influenza europea e occidentale, in medio oriente sono nati in passato molti movimenti laici, fondati da cristiani e musulmani insieme, che hanno creato veri e propri partiti politici. Sono cresciute con essi ideologie nazionaliste che puntavano sull’elemento arabo, linguistico, culturale. Questo ha portato a regimi dittatoriali, saliti al poter soprattutto grazie a potenze occidentali.  Tuttavia, non è l’aspetto religioso che caratterizzava e caratterizza questi regimi. Per fare un esempio: la scritta “Dio è grande” sulla bandiera dell’Iraq ha cominciato ad apparire dopo la prima guerra del golfo, poiché fino a poco tempo fa, a Saddam Hussein interessava poco dell’Islam. Tutte queste vicende politiche hanno fatto sì che tra la gente si creassero movimenti che tendevano al recupero di una purezza di fede islamica, molto idealistici, fedeli alla prima comunità islamica. Era nient’altro che una forma di reazione alla laicità dei capi arabi, ai regimi che si rivelavano fallimentari, dove lo sviluppo non procedeva. La critica e poi la lotta era quindi rivolta ai loro stessi governi. Non a caso, il primo atto terroristico in medio oriente si è verificato con l’assassinio al presidente egiziano. Un esempio classico di conflittualità interna è l’Arabia Saudita - considerato da noi il paese islamico modello - dove al potere vi è una minoranza islamica che ha sempre fatto da sponda agli Stati Uniti; il famoso Bin Laden si è rivoltato prima di tutto contro la casa reale; ai sunniti vengono poi imposti dei rigori etico-morali che la casa reale è la prima a non rispettare.

All’inizio, questi movimenti, che partivano dalla gente, avevano scopo morale, culturale, il recupero della tradizione. Essendo stati da subito repressi con la forza, alcune frange di questi gruppi si sono spinti verso la lotta armata. Tuttavia, è bene chiarire che questi gruppi hanno un’origine prima di tutto politica, non religiosa. L’elemento religioso, da un certo punto in poi è stato utilizzato come strumento per scaldare le folle: si tratta di un elemento che funziona bene ora per l’Islam, come è sempre funzionato per altre religioni.

 

Il dialogo interreligioso su livelli differenti

Provocatoriamente, il titolo di questa serata era: “Islam e Cristianesimo: un dialogo possibile”. Vorrei che non prendeste quello che vi dirò come un assoluto, si trattano solo di opinioni personali, si tratta del mio pensiero.

Il dialogo interreligioso lo vedo su diversi livelli. Per me, prima di tutto e ad un livello esterno dagli altri, il dialogo ha a che fare con la mia fede cristiana, ne è un’esigenza. Gesù Cristo è morto per tutti, nessuno escluso. Più l’altro è diverso, più è lontano, più in me suscita il desiderio di ricerca del motivo per cui il buon Dio ha creato i fratelli musulmani. Il musulmano mi dice qualcosa di Dio. Per me il dialogo è un’esigenza che nasce dalla mia fede, dagli incontri che ho fatto.

Il dialogo è poi pensabile su livelli diversi. Il primo livello, il primo punto di incontro tra cristiani e musulmani, è la preghiera. Chi crede alla preghiera sa che se ci dovrà essere un’unità nell’umanità, sa anche che quest’unità non la facciamo noi, con le nostre forze.

Il secondo livello è quello dell’umanità, dell’incontro. Quando mi rapporto con l’altro devo riuscire prima di tutto a vedere che è un essere umano come me. In Siria c’è un dialogo tra religioni che si realizza nella normale convivenza. In Siria, dove i Cristiani sono meno del 10% della popolazione, divisi in tredici confessioni diverse, le scuole sono le stesse per tutti, i musulmani lavorano con i cristiani. Mi è capitato vedere scene in cui durante il Ramadan, i fratelli cristiani non si facevano veder mangiare dai musulmani; e durante la quaresima, che nei riti orientali è ancora molto seguita, i musulmani facevano lo stesso con i cristiani. C’è una sorta di rispetto reciproco, di convivenza che non ha grosse pretese, se non quella di rispettare l’altro e di accoglierlo per quello che è.

C’è poi un dialogo che chiede la conoscenza. Sull’islam abbiamo conoscenze parziali. Senza conoscenza non si dialoga. In qualsiasi tipo di relazione mi rapporto all’altro nella misura in cui io conosco e mi faccio conoscere.

Un altro tipo di dialogo, più per “esperti”, è quello tramite il quale si vanno a ricercare le radici comuni. Nel Corano Gesù è chiamato figlio di Maria, è chiamato “La Parola”. Certo non è figlio di Dio e per un musulmano non sarà mai figlio di Dio. Tuttavia, è il profeta principale nel Corano. La sura dedicata a Maria è poi stupenda. I musulmani sono molto devoti a Maria e Gesù Cristo. Per questo la conoscenza reciproca è fondamentale.

Bisogna anche sapere, che se uno si accosta al dialogo con la speranza che alla fine si andrà d’accordo e si avranno le stesse idee, può mettersi il cuore in pace perché è una partita persa in partenza. Come i cristiani non rinunceranno mai alla Trinità e al fatto che Gesù è il Verbo incarnato, i musulmani non rinunceranno al fatto che Maometto è il sigillo dei profeti, che il Corano è la liberazione che chiude i vangeli. Su certe cose non si andrà mai d’accordo, ed è giusto così. E la sapienza del Concilio Vaticano II è stata quella di arrivare a dire: “ci sono dei segni di salvezza anche nelle altre espressioni religiose”.

Vorrei leggervi due righe della prima lettera enciclica di Papa Paolo VI:

“Intorno a noi vediamo delinearsi un altro cerchio, immenso, ma da noi meno lontano. È quello degli uomini che innanzitutto adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo. Alludiamo ai figli degni del nostro affettuoso rispetto del popolo ebraico, fedeli alla religione che noi diciamo nell’Antico Testamento. E poi agli adoratori di Dio, secondo la concezione della religione monoteista, di quella musulmana specialmente, meritevoli di ammirazione per quanto nel loro culto di Dio vi è di vero e di buono”.

L’intuizione è quella dire: quello che noi cerchiamo non è assimilazione o costrizione, ma affidamento ad una sapienza che oltrepassa tutto. Ma soprattutto noi cerchiamo una conoscenza reciproca e un rispetto, che sappiano vedere il buono che c’è nell’altro. Da questo punto di vista i credenti di ogni religione hanno una responsabilità grossissima, perché sono quelli che possono dare al dialogo una chiave di lettura diversa, in positivo.

 

Esperienze concrete di dialogo

A Milano esiste una tavolo di incontro permanente per il dialogo interreligioso che comprende oltre ai cristiani cattolici e di altri confessioni, anche musulmani ed ebrei. Si sta tentando di fare un percorso di conoscenza insieme. Ma la fatica più grossa la fanno i musulmani tra di loro. I musulmani non hanno ancora un concordato con lo Stato italiano, perché non riescono ad accordarsi su chi li debba rappresentare: ogni gruppo vuole fare da se. Questo perché le differenze etniche e culturali di ogni paese di provenienza, hanno più importanza della comunanza religiosa. Le esperienze di dialogo non sono quindi tra parti ben distinte e grandi. Inoltre, l’attualità in questo momento incide tantissimo sulle relazioni. Dopo l’11 Settembre 2001, non c’è da vergognarsi, fa un po’ più impressione vedere un arabo in metropolitana. E, ripeto, non c’è da vergognarsi o da giudicarsi, certi fatti sono talmente tragici e inconcepibili che è abbastanza naturale avere sensazioni negative. Essendo però individui dotati di una razionalità, sappiamo controllarci e superare il momento iniziale di disagio. Tuttavia, questi eventi hanno ripercussioni anche su tutti i rapporti interreligiosi.

In medio oriente vi sono molte esperienze di dialogo e di pace, piccole, che nessuno conosce. Con Caritas Ambrosiana stiamo sostenendo in Israele un centro che ha dato vita a tre scuole, gestite e frequentate da ebrei e arabi in maniera esemplare. Sono gestite da un arabo e da un ebreo – i due fondatori -, due sono presidi per ogni scuola, il 50% degli alunni è ebreo il resto musulmano, vi sono due insegnanti in ogni classe, sempre, che conoscono le due lingue. Nel giro di pochi anni hanno superato i cinquecento studenti, ma chi di voi ha sentito parlare di questa esperienza?

 

Il problema della laicità e le differenti categorie

Per l’Islam non esiste il concetto di laicità. Per un musulmano Dio ha già creato il mondo “islamicamente”. Per questo il peggiore delitto per l’Islam è l’apostasia, perché significa allontanarsi dal patto che Dio ha stabilito con l’uomo. Noi dobbiamo essere quindi consapevoli di partire da punti di vista diversi. Del resto la fede cristiana ha assunto molto dalla filosofia greca sul concetto di individuo. L’Islam è profondamente semitico, non separa il corpo dallo spirito, e il musulmano non si pone il problema dell’esistenza Dio. Il problema della laicità nell’Islam non si pone come ce lo poniamo noi cristiani. Per questo non abbiamo categorie comuni, ed è un problema. E non abbiamo categorie comuni neanche quando si parla di individuo e società: la nostra società è fondata sull’individuo. Il musulmano non ragiona in termini individuali, ma in termini di comunità: io mi realizzo se si realizza la mia comunità. La poligamia per certi aspetti va in questa prospettiva, perché, aldilà del fatto che sia nata per dare un tetto alle vedove, un matrimonio senza figli è un matrimonio maledetto: ho visto con i miei occhi mogli impossibilitate a dare alla luce dei figli andare a cercare nuove mogli per il marito. Ma è proprio il punto di partenza che è diverso, e difficilmente riusciamo a trovare categorie comuni.

Per un musulmano la mercificazione del corpo femminile è un tremendo scandalo. Egli ha di frequente una visione della donna occidentale estremamente negativa, una donna di facili costumi. Noi potremmo contestare che dal loro punto di vista ci sia una protezione eccessiva della donna, ma questo per dire che partiamo da punti di vista estremamente differenti, e questo deve essere chiaro, altrimenti si creano incomprensioni inutili.

Un altro esempio: il problema dei matrimoni misti. La stragrande maggioranza dei matrimoni tra uomini musulmani e donne cristiane – una donna musulmana non può sposare un cristiano – falliscono perché, a fronte di grandi dichiarazioni e propositi sull’educazione futura dei figli, a distanza di anni emerge fortissima l’identità dei coniugi. Per questo, se il papà è musulmano, i figli saranno musulmani. E io ho visto tante giovani donne rendersi conto di questa cosa troppo tardi. L’aspetto del radicamento familiare è fortissimo, e prima o poi viene fuori.

Per questo, non vorrei che passasse l’idea che il dialogo è facile. In realtà è molto complesso, soprattutto quando va a toccare tasti concreti, di convivenza.

 

La non democraticità dei paesi islamici

Per un musulmano non è così fondamentale il tipo di governo. Il re in se stesso non fa problema. L’importante è che sia un buon re. Il problema è che da un certo punto in poi, nei paesi islamici si sono imposte categorie occidentali. Pensate soltanto ai confini tracciati a tavolino e solitamente dagli occidentali. Il Libano, ad esempio, è stato creato a tavolino dai francesi che fecero un censimento per dimostrare che i cristiani erano più degli islamici e conseguentemente per eleggere un sovrano cristiano. Oggi i cristiani sono meno del 40%.  Altri esempi: il re di Giordania, la casa Saudita, la Siria, l’Egitto, Saddam Hussein, trovatemi un paese dove il regime non democratico, non sia stato in qualche modo favorito dall’occidente per questioni di petrolio, per questioni di convenienza. Non sono mai regimi sviluppati autonomamente. E la gente non è stupida, sopporta a lungo, poi da qualche parte il malcontento viene fuori. E l’idea che ci sia l’occidente che continuamente mette il naso nelle questioni del mondo arabo, conta parecchio. Noi non ci rendiamo conto di come certe ferite siano profonde e determinino rotture nei rapporti.

 

Una testimonianza

Nel 96 sono stati trucidati alcuni monaci cattolici, in un monastero dell’Algeria, vissuti per lunghi anni nel paese islamico, pur sapendo di rischiare ogni giorno la vita. Vi leggo il testamento spirituale del padre priore il quale, al termine del brano, con l’estrema consapevolezza della sua sorte, si rivolge al futuro assassino:

“So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli algerini globalmente presi e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. È troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi. L’Algeria e l’Islam per me sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima, l’ho proclamato abbastanza mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo, appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa. La mia morte evidentemente sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo e da idealista, ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i Suoi figli dell’Islam, così come li vede Lui, tutti illuminati della gloria del Cristo, frutto della Sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione e di ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. Questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente. E anche tu, amico dell’ultimo istante, che non saprai quello che starai facendo, sì, anche per te voglio dire questo grazie e questo “ad Dio”, nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di incontrarci di nuovo, ladroni colmati di gioia, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, Padre di tutti e due. Amen.”

 

Conclusioni

Portando nelle scuole corsi di educazione alla pace, mi rendo conto di quanto ci sia da lavorare. Le nuove generazioni sono lo specchio delle precedenti e ho sentito affermazioni di ragazzini di dieci anni, che confessavano di cambiare strada se vedevano un arabo di fronte a loro. Un a tale affermazione ha un peso se fatta da un adulto, a ragion veduta, con le sue convinzioni. Ma se esce dalla bocca di un bambino, ha un peso enorme.

Così come noi ci facciamo un’idea del mondo islamico, parziale, sbagliata, così anche loro si fanno un’idea del mondo cristiano e occidentale parziale e sbagliata. Io credo in una cosa: di tutto quello che succede nel mondo noi sappiamo sempre una minima parte, non sappiamo che giochi di poteri ci siano, e non possiamo farci molto. Tuttavia, io credo tantissimo nella responsabilità del singolo: è da lì che nasce il dialogo, che nasce la comprensione, se non cominciamo dalla seppur piccola responsabilità di ognuno, c’è ben poco da fare. Bisogna partire da se stessi, dalla propria capacità e volontà di apertura all’altro.