GIOVANNI PAOLO II
PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2003
PACEM IN TERRIS: UN IMPEGNO PERMANENTE
1.
Sono trascorsi quasi quarant'anni da quell'11 aprile 1963, in cui Papa Giovanni
XXIII pubblicò la storica Lettera enciclica Pacem in terris. Si celebrava in quel
giorno il Giovedì Santo. Rivolgendosi «a tutti gli uomini di buona volontà», il
mio venerato Predecessore, che sarebbe morto due mesi più tardi, compendiava il
suo messaggio di pace al mondo nella prima affermazione dell'Enciclica: «La
pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire
instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell'ordine stabilito da Dio»
(Pacem in terris,
introd.: AAS, 55 [1963], 257).
Parlare di pace ad un mondo
diviso
2. In realtà, il mondo a cui
Giovanni XXIII si rivolgeva era in un profondo stato di disordine. Il XX secolo
era iniziato con una grande attesa di progresso. L'umanità aveva invece dovuto
registrare, in sessant'anni di storia, lo scoppio di due guerre mondiali,
l'affermarsi di sistemi totalitari devastanti, l'accumularsi di immense
sofferenze umane e lo scatenarsi, nei confronti della Chiesa, della più grande
persecuzione che la storia abbia mai conosciuto.
Solo due anni prima della Pacem
in terris, nel 1961, il « muro di Berlino » veniva eretto per
dividere e mettere l'una contro l'altra non soltanto due parti di quella Città,
ma anche due modi di comprendere e di costruire la città terrena. Da una parte
e dall'altra del muro la vita assunse uno stile differente, ispirato a regole
tra loro spesso contrapposte, in un clima diffuso di sospetto e di diffidenza.
Tanto come visione del mondo quanto come concreta impostazione della vita, quel
muro attraversò l'umanità nel suo insieme e penetrò nel cuore e nella mente
delle persone, creando divisioni che sembravano destinate a durare per sempre.
Inoltre, proprio sei mesi
prima della pubblicazione dell'Enciclica, mentre a Roma si era da pochi giorni
aperto il Concilio Vaticano II, il mondo, a causa della crisi dei missili a
Cuba, si trovò sull'orlo di una guerra nucleare. La strada verso un mondo di
pace, di giustizia e di libertà sembrava bloccata. Molti ritenevano che
l'umanità fosse condannata a vivere per tanto tempo ancora in quelle precarie condizioni
di « guerra fredda », costantemente sottoposta all'incubo che
un'aggressione o un incidente potessero scatenare da un giorno all'altro la
peggior guerra di tutta la storia umana. L'uso delle armi atomiche, infatti,
l'avrebbe trasformata in un conflitto che avrebbe messo a repentaglio il futuro
stesso dell'umanità.
I quattro pilastri della
pace
3. Papa Giovanni XXIII non
era d'accordo con coloro che ritenevano impossibile la pace. Con l'Enciclica,
egli fece sì che questo fondamentale valore – con tutta la sua esigente verità
– cominciasse a bussare da entrambe le parti di quel muro e di tutti i muri. A
ciascuno l'Enciclica parlò della comune appartenenza alla famiglia umana e
accese per tutti una luce sull'aspirazione della gente di ogni parte della
terra a vivere in sicurezza, giustizia e speranza per il futuro.
Da spirito illuminato qual
era, Giovanni XXIII identificò le condizioni essenziali per la pace in quattro
precise esigenze dell'animo umano: la verità, la giustizia, l'amore
e la libertà (cfr ibid., I: l.c., 265-266). La verità
– egli disse – sarà fondamento della pace, se ogni individuo con onestà
prenderà coscienza, oltre che dei propri diritti, anche dei propri doveri verso
gli altri. La giustizia edificherà la pace, se ciascuno concretamente
rispetterà i diritti altrui e si sforzerà di adempiere pienamente i propri
doveri verso gli altri. L'amore sarà fermento di pace, se la gente
sentirà i bisogni degli altri come propri e condividerà con gli altri ciò che
possiede, a cominciare dai valori dello spirito. La libertà infine
alimenterà la pace e la farà fruttificare se, nella scelta dei mezzi per
raggiungerla, gli individui seguiranno la ragione e si assumeranno con coraggio
la responsabilità delle proprie azioni.
Guardando al presente e al
futuro con gli occhi della fede e della ragione, il beato Giovanni XXIII
intravide ed interpretò le spinte profonde che già erano all'opera nella
storia. Egli sapeva che le cose non sempre sono come appaiono in superficie.
Malgrado le guerre e le minacce di guerre, c'era qualcos'altro all'opera nelle
vicende umane, qualcosa che il Papa colse come il promettente inizio di una
rivoluzione spirituale.
Una nuova coscienza della
dignità dell'uomo e dei suoi inalienabili diritti
4. L'umanità, egli scrisse,
ha intrapreso una nuova tappa del suo cammino (cfr ibid., I: l.c.,
267-269). La fine del colonialismo, la nascita di nuovi Stati indipendenti, la
difesa più efficace dei diritti dei lavoratori, la nuova e gradita presenza
delle donne nella vita pubblica, gli apparivano come altrettanti segni di
un'umanità che stava entrando in una nuova fase della sua storia, una fase
caratterizzata dalla «convinzione che tutti gli uomini sono uguali per
dignità naturale » (ibid., I: l.c., 268). Certo, tale dignità
era ancora calpestata in molte parti del mondo. Il Papa non lo ignorava. Egli
era tuttavia convinto che, malgrado la situazione fosse sotto alcuni aspetti
drammatica, il mondo stava diventando sempre più consapevole di certi valori
spirituali e sempre più aperto alla ricchezza di contenuto di quei
«pilastri della pace» che erano la verità, la giustizia, l'amore e la libertà
(cfr ibid., I: l.c., 268-269). Attraverso l'impegno di portare
questi valori nella vita sociale, sia nazionale che internazionale, uomini e
donne sarebbero diventati sempre più consapevoli dell'importanza del loro
rapporto con Dio, fonte di ogni bene, quale solido fondamento e supremo
criterio della loro vita, sia come singoli individui che come esseri sociali
(cfr ibid.). Questa più acuta sensibilità spirituale, il Papa ne era
convinto, avrebbe avuto anche profonde conseguenze pubbliche e politiche.
Davanti alla crescente
consapevolezza dei diritti umani che andava emergendo a livello sia nazionale
che internazionale, Giovanni XXIII intuì la forza insita nel fenomeno ed il suo
straordinario potere di cambiare la storia. Quel che avvenne pochi anni dopo
soprattutto nell'Europa centrale ed orientale ne offrì la singolare conferma.
La strada verso la pace, insegnava il Papa nell'Enciclica, doveva passare
attraverso la difesa e la promozione dei diritti umani fondamentali. Di essi
infatti ogni persona umana gode, non come di beneficio elargito da una certa
classe sociale o dallo Stato, ma come di una prerogativa che le è propria in
quanto persona: «In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento
il principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di
intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri
che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura:
diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili» (ibid.,
I: l.c., 259).
Non si trattava
semplicemente di idee astratte. Erano idee dalle vaste conseguenze pratiche,
come la storia avrebbe presto dimostrato. Sulla base della convinzione che ogni
essere umano è uguale in dignità e che, di conseguenza, la società deve
adeguare le sue strutture a tale presupposto, sorsero ben presto i movimenti
per i diritti umani, che diedero espressione politica concreta a una delle
grandi dinamiche della storia contemporanea. La promozione della libertà fu
riconosciuta come una componente indispensabile dell'impegno per la pace.
Emergendo praticamente in ogni parte del mondo, questi movimenti contribuirono
al rovesciamento di forme di governo dittatoriali e spinsero a sostituirle con
altre forme più democratiche e partecipative. Essi dimostrarono, in pratica,
che pace e progresso possono essere ottenuti solo attraverso il rispetto della
legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea delle
Nazioni Unite, 5 ottobre 1995, n. 3).
Il bene comune universale
5. Su di un altro punto
l'insegnamento della Pacem in terris
si dimostrò profetico, precorrendo la fase successiva dell'evoluzione delle
politiche mondiali. Davanti ad un mondo che stava diventando sempre più
interdipendente e globale, Papa Giovanni XXIII suggerì che il concetto di bene
comune doveva essere elaborato con un orizzonte mondiale. Ormai, per essere
corretto, il discorso doveva far riferimento al concetto di «bene comune
universale» (Pacem in terris,
IV: l.c., 292). Una delle conseguenze di questa evoluzione era
l'evidente esigenza che vi fosse un'autorità pubblica a livello
internazionale, che potesse disporre dell'effettiva capacità di promuovere
tale bene comune universale. Questa autorità, soggiungeva immediatamente il
Papa, non avrebbe dovuto essere stabilita attraverso la coercizione, ma solo
attraverso il consenso delle nazioni. Si sarebbe dovuto trattare di un
organismo avente come «obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto,
la tutela e la promozione dei diritti della persona» (ibid., IV: l.c.,
294).
Non sorprende perciò che
Giovanni XXIII guardasse con grande speranza all'Organizzazione delle Nazioni
Unite, costituita il 26 giugno 1945. Egli vedeva in essa uno strumento
credibile per mantenere e rafforzare la pace nel mondo. Proprio per questo
espresse particolare apprezzamento per la Dichiarazione Universale dei
Diritti dell'Uomo del 1948, considerandola «un passo importante nel cammino
verso l'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale» (ibid.,
IV: l.c., 295). In tale Dichiarazione infatti venivano fissati i
fondamenti morali sui quali avrebbe potuto poggiare l'edificazione di un mondo
caratterizzato dall'ordine anziché dal disordine, dal dialogo anziché dalla
forza. In questa prospettiva, il Papa lasciava intendere che la difesa dei
diritti umani da parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite era il
presupposto indispensabile per lo sviluppo della capacità dell'Organizzazione
stessa di promuovere e difendere la sicurezza internazionale.
Non solo la visione precorritrice
di Papa Giovanni XXIII, la prospettiva cioè di un'autorità pubblica
internazionale a servizio dei diritti umani, della libertà e della pace, non si
è ancora interamente realizzata, ma si deve registrare, purtroppo, la non
infrequente esitazione della comunità internazionale nel dovere di rispettare e
applicare i diritti umani. Questo dovere tocca tutti i diritti
fondamentali e non consente scelte arbitrarie, che porterebbero a realizzare
forme di discriminazione e di ingiustizia. Allo stesso tempo, siamo testimoni
dell'affermarsi di una preoccupante forbice tra una serie di nuovi «diritti»
promossi nelle società tecnologicamente avanzate e diritti umani elementari che
tuttora non vengono soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo: penso,
ad esempio, al diritto al cibo, all'acqua potabile, alla casa, all'auto-
determinazione e all'indipendenza. La pace richiede che questa distanza sia
urgentemente ridotta e infine superata.
Un'osservazione deve ancora
essere fatta: la comunità internazionale, che dal 1948 possiede una carta dei
diritti della persona umana, ha per lo più trascurato d'insistere adeguatamente
sui doveri che ne derivano. In realtà, è il dovere che stabilisce
l'ambito entro il quale i diritti devono contenersi per non trasformarsi
nell'esercizio di un arbitrio. Una più grande consapevolezza dei doveri
umani universali sarebbe di grande beneficio alla causa della pace, perché
le fornirebbe la base morale del riconoscimento condiviso di un ordine delle
cose che non dipende dalla volontà di un individuo o di un gruppo.
Un nuovo ordine morale
internazionale
6. Resta comunque vero che,
nonostante molte difficoltà e ritardi, nei quarant'anni trascorsi si è avuto un
notevole progresso verso la realizzazione della nobile visione di Papa
Giovanni XXIII. Il fatto che gli Stati quasi in ogni parte del mondo si sentano
obbligati ad onorare l'idea dei diritti umani mostra come siano potenti gli
strumenti della convinzione morale e dell'integrità spirituale. Furono queste
le forze che si rivelarono decisive in quella mobilitazione delle coscienze che
fu all'origine della rivoluzione non violenta del 1989, evento che determinò il
crollo del comunismo europeo. E sebbene nozioni distorte di libertà, intesa
come licenza, continuino a minacciare la democrazia e le società libere, è
sicuramente significativo che, nei quarant'anni trascorsi dalla Pacem in terris,
molte popolazioni del mondo siano diventate più libere, strutture di dialogo e
di cooperazione tra le nazioni si siano rafforzate e la minaccia di una guerra
globale nucleare, quale si profilò drasticamente ai tempi di Papa Giovanni
XXIII, sia stata efficacemente contenuta.
A questo proposito, con
umile coraggio vorrei osservare come l'insegnamento plurisecolare della Chiesa
sulla pace intesa come «tranquillitas ordinis» – «tranquillità
dell'ordine», secondo la definizione di Sant'Agostino (De civitate Dei,
19, 13), si sia rivelato, alla luce anche degli approfondimenti della Pacem
in terris, particolarmente significativo per il mondo odierno, tanto per i
Capi delle nazioni quanto per i semplici cittadini. Che ci sia un grande
disordine nella situazione del mondo contemporaneo è constatazione da tutti
facilmente condivisa. L'interrogativo che si impone è perciò il seguente:
quale tipo di ordine può sostituire questo disordine, per dare agli uomini
e alle donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e sicurezza? E
poiché il mondo, pur nel suo disordine, si sta comunque «organizzando» in vari
campi (economico, culturale e perfino politico), sorge un'altra domanda
ugualmente pressante: secondo quali principi si stanno sviluppando queste nuove
forme di ordine mondiale?
Queste domande ad ampio
raggio indicano che il problema dell'ordine negli affari mondiali, che è poi il
problema della pace rettamente intesa, non può prescindere da questioni
legate ai principi morali. In altre parole, emerge anche da questa
angolatura la consapevolezza che la questione della pace non può essere
separata da quella della dignità e dei diritti umani. Proprio questa è una
delle perenni verità insegnate dalla Pacem in terris, e noi faremmo bene
a ricordarla e a meditarla in questo quarantesimo anniversario.
Non è forse questo il tempo
nel quale tutti devono collaborare alla costituzione di una nuova
organizzazione dell'intera famiglia umana, per assicurare la pace e
l'armonia tra i popoli, ed insieme promuovere il loro progresso integrale? È
importante evitare fraintendimenti: non si vuol qui alludere alla costituzione
di un super-stato globale. Si intende piuttosto sottolineare l'urgenza di
accelerare i processi già in corso per rispondere alla pressoché universale
domanda di modi democratici nell'esercizio dell'autorità politica, sia
nazionale che internazionale, come anche alla richiesta di trasparenza e
di credibilità ad ogni livello della vita pubblica. Confidando nella bontà
presente nel cuore di ogni persona, Papa Giovanni XXIII volle far leva su di
essa e chiamò il mondo intero ad una più nobile visione della vita pubblica e
dell'esercizio della pubblica autorità. Con audacia, spinse il mondo a
proiettarsi al di là del proprio presente stato di disordine, e ad immaginare
nuove forme di ordine internazionale che fossero a misura della dignità umana.
Il legame tra pace e verità
7. Contestando la visione di
coloro che pensavano alla politica come ad un territorio svincolato dalla
morale e soggetto al solo criterio dell'interesse, Giovanni XXIII, attraverso
l'Enciclica Pacem in terris,
delineò una più vera immagine dell'umana realtà e indicò la via verso un futuro
migliore per tutti. Proprio perché le persone sono create con la capacità di
elaborare scelte morali, nessuna attività umana si situa al di fuori della
sfera dei valori etici. La politica è un'attività umana; perciò anch'essa è
soggetta al giudizio morale. Questo è vero anche per la politica
internazionale. Il Papa scriveva: «La stessa legge naturale che regola i
rapporti tra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive
comunità politiche» (Pacem in terris,
III: l.c., 279). Quanti ritengono che la vita pubblica internazionale si
esplichi in qualche modo fuori dell'ambito del giudizio morale, non hanno che
da riflettere sull'impatto dei movimenti per i diritti umani sulle
politiche nazionali e internazionali del XX secolo, da poco concluso. Questi
sviluppi, che l'insegnamento dell'Enciclica aveva precorso, confutano
decisamente la pretesa che le politiche internazionali si collochino in una
sorta di «zona franca » in cui la legge morale non avrebbe alcun potere.
Forse non c'è un altro luogo
in cui si avverta con uguale chiarezza la necessità di un uso corretto
dell'autorità politica, quanto nella drammatica situazione del Medio Oriente
e della Terra Santa. Giorno dopo giorno e anno dopo anno, l'effetto
cumulativo di un esasperato rifiuto reciproco e di una catena infinita di
violenze e di vendette ha frantumato sinora ogni tentativo di avviare un
dialogo serio sulle reali questioni in causa. La precarietà della situazione è
resa ancor più drammatica dallo scontro di interessi esistente tra i membri
della comunità internazionale. Finché coloro che occupano posizioni di
responsabilità non accetteranno di porre coraggiosamente in questione il loro
modo di gestire il potere e di procurare il benessere dei loro popoli, sarà
difficile immaginare che si possa davvero progredire verso la pace. La lotta
fratricida, che ogni giorno scuote la Terra Santa contrapponendo tra loro le
forze che tessono l'immediato futuro del Medio Oriente, pone l'urgente esigenza
di uomini e di donne convinti della necessità di una politica fondata sul
rispetto della dignità e dei diritti della persona. Una simile politica è per
tutti incomparabilmente più vantaggiosa che la continuazione delle situazioni
di conflitto in atto. Occorre partire da questa verità. Essa è sempre più
liberante di qualsiasi forma di propaganda, specialmente quando tale propaganda
servisse a dissimulare intenzioni inconfessabili.
Le premesse di una pace
durevole
8. C'è un legame
inscindibile tra l'impegno per la pace e il rispetto della verità.
L'onestà nel dare informazioni, l'equità dei sistemi giuridici, la trasparenza
delle procedure democratiche danno ai cittadini quel senso di sicurezza, quella
disponibilità a comporre le controversie con mezzi pacifici e quella volontà di
intesa leale e costruttiva che costituiscono le vere premesse di una pace
durevole. Gli incontri politici a livello nazionale e internazionale
servono la causa della pace solo se l'assunzione comune degli impegni è poi
rispettata da ogni parte. In caso contrario, questi incontri rischiano di
diventare irrilevanti e inutili, ed il risultato è che la gente è tentata di
credere sempre meno all'utilità del dialogo e di confidare invece nell'uso
della forza come via per risolvere le controversie. Le ripercussioni negative,
che sul processo di pace hanno gli impegni presi e poi non rispettati, devono
indurre i Capi di Stato e di Governo a ponderare con grande senso di responsabilità
ogni loro decisione.
Pacta sunt servanda, recita l'antico adagio. Se
tutti gli impegni assunti devono essere rispettati, speciale cura deve essere
posta nel dare esecuzione agli impegni assunti verso i poveri.
Particolarmente frustrante sarebbe infatti, nei loro confronti, il mancato
adempimento di promesse da loro sentite come di vitale interesse. In questa
prospettiva, il mancato adempimento degli impegni con le nazioni in via di
sviluppo costituisce una seria questione morale e mette ancora più in luce
l'ingiustizia delle disuguaglianze esistenti nel mondo. La sofferenza
causata dalla povertà risulta drammaticamente accresciuta dal venir meno della
fiducia. Il risultato finale è la caduta di ogni speranza. La presenza
della fiducia nelle relazioni internazionali è un capitale sociale di valore
fondamentale.
Una cultura di pace
9. A voler guardare le cose
a fondo, si deve riconoscere che la pace non è tanto questione di strutture,
quanto di persone. Strutture e procedure di pace – giuridiche, politiche
ed economiche – sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso
presenti. Esse tuttavia non sono che il frutto della saggezza e dell'esperienza
accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace, posti da
uomini e donne che hanno saputo sperare senza cedere mai allo scoraggiamento.
Gesti di pace nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio
animo costanti atteggiamenti di pace. Sono frutto della mente e del cuore
di «operatori di pace» (Mt 5, 9). Gesti di pace sono possibili quando
la gente apprezza pienamente la dimensione comunitaria della vita, così
da percepire il significato e le conseguenze che certi eventi hanno sulla
propria comunità e sul mondo nel suo insieme. Gesti di pace creano una
tradizione e una cultura di pace.
La religione possiede un
ruolo vitale nel suscitare gesti di pace e nel consolidare condizioni di pace. Essa può esercitare questo
ruolo tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra su ciò che
le è proprio: l'apertura a Dio, l'insegnamento di una fratellanza universale e
la promozione di una cultura di solidarietà. La «Giornata di preghiera per la
pace», che ho promosso ad Assisi il 24 gennaio 2002 coinvolgendo i
rappresentanti di numerose religioni, aveva proprio questo scopo. Voleva esprimere
il desiderio di educare alla pace attraverso la diffusione di una spiritualità
e di una cultura di pace.
L'eredità della «Pacem in
terris»
10. Il beato Giovanni XXIII
era persona che non temeva il futuro. Lo aiutava in questo atteggiamento
di ottimismo quella convinta confidenza in Dio e nell'uomo che gli veniva dal
profondo clima di fede in cui era cresciuto. Forte di questo abbandono alla
Provvidenza, persino in un contesto che sembrava di permanente conflitto, non
esitò a proporre ai leader del suo tempo una visione nuova del mondo. È questa
l'eredità che egli ci ha lasciato. Guardando a lui, in questa Giornata Mondiale
della Pace 2003, siamo invitati ad impegnarci in quei medesimi sentimenti che
furono suoi: fiducia in Dio misericordioso e compassionevole, che ci chiama
alla fratellanza; fiducia negli uomini e nelle donne del nostro come di ogni
altro tempo, a motivo dell'immagine di Dio impressa ugualmente negli animi di
tutti. È partendo da questi sentimenti che si può sperare di costruire un mondo
di pace sulla terra.
All'inizio di un nuovo anno
nella storia dell'umanità, è questo l'augurio che mi sale spontaneo dal
profondo del cuore: che nell'animo di tutti possa sbocciare uno slancio di
rinnovata adesione alla nobile missione che l'Enciclica Pacem in terris proponeva
quarant'anni fa a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tale compito,
che l'Enciclica qualificava come «immenso», era indicato nel «ricomporre i
rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella
libertà». Il Papa precisava poi di riferirsi ai «rapporti della convivenza tra
i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra
le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e
comunità politiche, da una parte, e, dall'altra, la comunità mondiale». E
concludeva ribadendo che l'impegno di «attuare la vera pace nell'ordine
stabilito da Dio» costituiva un «ufficio nobilissimo» (Pacem in terris,
V: l.c., 301-302).
Il quarantesimo anniversario
della Pacem in terris
è un'occasione quanto mai opportuna per fare tesoro dell'insegnamento profetico
di Papa Giovanni XXIII. Le comunità ecclesiali studieranno come celebrare
questo anniversario in modo appropriato durante l'anno, con iniziative che non
mancheranno di avere carattere ecumenico e interreligioso, aprendosi a tutti
coloro che hanno un profondo anelito a «superare le barriere che dividono, ad
accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare
coloro che hanno recato ingiurie» (ibid., V: l.c., 304).
Accompagno questi auspici
con la preghiera a Dio Onnipotente, sorgente di ogni nostro bene. Egli, che
dalle condizioni di oppressione e di conflitto ci chiama alla libertà e alla
cooperazione per il bene di tutti, aiuti le persone in ogni angolo della terra
a costruire un mondo di pace, sempre più saldamente fondato sui quattro
pilastri che il beato Giovanni XXIII ha indicato a tutti nella sua storica
Enciclica: verità, giustizia, amore e libertà.
Dal Vaticano, 8 Dicembre
2002.